
Cosa accade quando il bisogno innato di sacro si scontra con le sfide della società multiculturale e le tensioni geopolitiche del XXI secolo? In “Indagine sul Sacro” (Oltre Edizioni), Oliviero Arzuffi non si limita a mappare le fedi del mondo, ma analizza con sguardo critico e storico le faglie profonde che attraversano il nostro tempo.
In questa conversazione con Vivisaar, Arzuffi affronta i nodi più intricati della convivenza moderna: dalla natura “ideologica” di certe interpretazioni religiose al fascino che il Buddismo esercita su un Occidente secolarizzato e in cerca di senso. Con il rigore dell’ex docente e la precisione del ricercatore, l’autore mette in guardia contro i rischi di un dialogo che sia frutto di “ingenuità”, richiamando con forza il valore della laicità dello Stato e l’inviolabilità dei diritti umani come unici argini possibili contro la deriva dello scontro di civiltà.
Attraverso un’analisi serrata dei testi sacri e delle prassi religiose, l’intervista esplora la possibilità di una sintesi culturale che non sia abdicazione, ma ricerca comune.
Vi presentiamo la prima parte.
Lei dedica un’ampia sezione all’Islam, distinguendo tra religione e ideologia. Nella società europea multiculturale, come possono le istituzioni distinguere tra la libera pratica del culto e l’espansione di una “concezione tribale” dell’organizzazione sociale?
Basterebbe osservare il comportamento dei seguaci dell’Islam per comprendere che si ha a che fare con qualcosa di estraneo, non solo rispetto allo stile di vita europeo, ma anche rispetto ad una possibile e auspicabile pacifica convivenza tra diversi che si rispettano e che si conformano ad un codice etico di fondo accettato paritariamente nel rispetto di ogni diversità, purché rispettosa dei diritti fondamentali dell’uomo e delle istituzioni che li garantiscono. Con tutte le altre fedi infatti, rispettate le loro costumanze i loro riti, le società occidentali di impronta democratica e laica non hanno da temere di essere stravolte nelle loro istituzioni e credenze, perché in democrazia c’è posto per tutti, purché i caposaldi del diritto che tutelano le libertà di ciascuno vengano rispettati. Questo sostanziale rispetto lo constatiamo nei comportamenti di tutti gli aderenti alle religioni istituzionalizzate e persino degli animisti di ogni tipo e stravaganza, non così invece constatiamo nei comportamenti pratici e nella psicologia dei soggetti di professione islamica. Infatti il musulmano generalmente non fraternizza mai con un non musulmano, definito genericamente dal Corano come kāfir, cioè un infedele, e neppure con un dhimmi, ovvero un cristiano o un ebro di religione abramitica, perché il Corano lo impone chiaramente con queste parole: Chi, dico, sarà nemico di Allah, dei suoi Angeli, e dei suoi Messaggeri, di Gabriele e di Michele, è Allah, è nemico dei miscredenti (Sūra II,98). Se Dio è un nemico per i non credenti, è ovvio che: Quando percorrete la terra, non sarà peccato se abbrevierete la preghiera, se temete che gli infedeli vi disturbino, che gli infedeli sono per voi un manifesto nemico Kāfir, (Sūra IV,101), perché: Essi (gli infedeli) vorrebbero che voi rifiutaste la Fede come loro l’hanno rifiutata e che diveniste uguali. Ma non prendevi patroni tra di loro finché non abbiano lasciato le loro case sulla Via di Dio (conversione all’Islam), se poi volgono le spalle, prendeteli e uccideteli dove li trovate, ma non prendetevi patroni né alleati fra di loro (Sūra IV,89)… Ne troverete altri (infedeli) che desiderano vivere tranquilli con voi e tranquilli con i loro, e questi, ogni volta che fossero ricondotti a metter male tra di voi, nel male saranno ricacciati; e se non si tengono in disparte da voi e non vi offrono la pace e non gettano le armi, prendeteli e uccideteli dovunque li troviate. Su questi Noi vi diamo chiaro e preciso potere (Sūra IV,91)…O voi che credete! Non sceglietevi come intimi amici persone estranee alla Fede, ché questi non mancheranno di mandarvi in rovina (Sūra III,118). Quindi né amicizia né tantomeno matrimoni misti: Non sposate donne idolatre finché non abbiano creduto, che è meglio una schiava credente che una donna idolatra, anche se questa vi piace, e non date spose donne credenti agli idolatri, finché essi non abbiano creduto, perché lo schiavo credente è meglio di un uomo idolatra, anche se questo vi piaccia (Sūra II,221).
Questa autosegregazione, accompagnata da tutti gli obblighi rituali, riassunti nei i cinque pilastri dell’Islam, ovvero: la testimonianza di fede, la preghiera cinque volte al giorno, l’elemosina concepita come vera e propria tassa finalizzata a sostenere gli adepti e a diffonderne la dottrina, il digiuno del Ramadan, il pellegrinaggio alla Mecca, nonché i divieti alimentari, le impurità legali, l’obbligo per le donne di nascondere parti del proprio corpo con un abbigliamento imposto dall’autorità religiosa insieme ad altri interdetti, non facilitano certo l’integrazione in società non islamiche.
La loro pretesa poi di togliere tutti i simboli delle altre religioni e cambiare le usanze locali che, secondo l’Islam, ostacolano l’esercizio di questi loro obblighi sacri o reputano che siano offensivi alla loro fede, li rendono invisi alla maggioranza della popolazione fino ad alimentare reazioni islamofobiche.
C’è da conoscere da dove nasce questo atteggiamento così poco conciliante. Alla lettura del Corano, che è il Libro sacro per eccellenza e, in quanto dettato direttamente da Allah, è assolutamente indiscutibile e da osservare pressoché alla lettera, ci si rende conto dove ha origine questo senso di superiorità che l’islamico attribuisce alla sua religione, che non ammette né dubbi né esegesi né alterità. Recita infatti il Corano: Egli è Colui che ha inviato il Suo Messaggero (Maometto) con la retta guida e la Religione della Verità (l’Islam), perché prevalga sulle religioni tutte, anche a dispetto degli idolatri (Sūra IX,33), perché: Voi siete la migliore nazione mai suscitata tra gli uomini: promuovete la giustizia e impedite l’ingiustizia, e credete in Allah. Che se la Gente del Libro (ebrei, cristiani e zoorastriani) pure credesse, meglio sarebbe per loro. Fra di loro vi sono anche credenti. Ma i più sono empi (Sūra III,110). Quindi: “Noi siamo che guidiamo. Noi teniamo in pugno la vita futura e quella presente (Sūra XCII,12-13)”.
In questa ottica si comprende bene come il Jihad, non solo sia legittimo, ma doveroso, come impone espressamente il Corano: Immaginate forse di poter entrare in Paradiso senza che Allah abbia prima riconosciuto quali fra voi abbia lottato per Lui (jihad) e quali siano stati pazienti nelle afflizioni? (Sūra III,142). Perciò: Combatti dunque sulla via di Allah, che solo della Tua anima ti sarà chiesto conto, ed incoraggia i credenti, che forse Allah respingerà il coraggio degli infedeli, che Allah è di più violento coraggio, più violento a esemplari castighi (Sūra IV, 84). E i credenti, tutti insieme come comunità: Combattano dunque sulla via di Allah coloro che volentieri cambiano la vita terrena con l’Altra, ché a colui che combatte sulla Via di Allah (l’Islam), ucciso o vincitore, daremo mercede immensa (Sūra IV,74), nella consapevolezza che: Coloro che credono combattono sulla Via di Allah, invece coloro che rifiutano la Fede combattono sulla via del Tagūt (ogni forma di idolatria). Combattete dunque gli alleati di Satana, ché l’insidia di Satana è debole insidia (Sūra IV,76). E ricordate che: Non sono uguali agli occhi di Allah quelli fra i credenti che se ne restano a casa, eccettuati i malati, e quelli che combattono sulla Via di Allah dando i beni e la vita, poiché Allah ha esaltato di un grado coloro che combattono sulla Via di Allah, dando i beni e la vita, sopra quelli che se ne restano a casa. A tutti Allah ha promesso il Bene Supremo, ma ha preferito i combattenti ai non combattenti per una ricompensa immensa (Sūra IV 95).
Onde evitare ambiguità, il Testo Sacro islamico specifica bene in che cosa consista questo Jihad: Uccidete dunque chi vi combatte dovunque li troviate e scacciateli di dove hanno scacciato voi, che lo scandalo è peggio dell’uccidere; ma non combatteteli presso il Sacro Tempio, a meno che non siano essi ad attaccarvi colà: in tal caso uccideteli. Tale è la ricompensa dei Negatori. Se però essi sospendono la battaglia, Allah è indulgente e misericordioso. Combatteteli dunque fino a che non ci sia più scandalo, e la religione sia solo quella di Allah; ma se cessano la lotta, non ci sia più inimicizia che per gli iniqui (Sūra II,191-193)… In verità la ricompensa di coloro che combattono Allah e il Suo Messaggero e si danno a corrompere la terra è che essi saranno massacrati, o crocifissi, o amputati delle mani e dei piedi dai lati opposti, o banditi dalla terra: questo sarà per loro ignominia in questo mondo e nel mondo avvenire avranno immenso tormento, eccetto quelli che si pentiranno prima che voi vi impadroniate di loro. Ma sappiate che Allah è misericordioso e indulgente (Sūra V,33-34)…E quando incontrate in battaglia quelli che rifiutano la Fede (islamica), colpite le cervici finché non li avrete ridotti a vostra mercé, poi stringete bene i ceppi: dopo, o fate loro grazia oppure chiedete il prezzo del riscatto, finché la guerra non abbia deposto il suo carico d’armi. Così dovete fare: che se Allah avesse voluto si sarebbe vendicato di loro anche da solo, ma non lo ha fatto per provare alcuni di voi per mezzo di altri. E coloro che vengono uccisi sulla via di Allah, Egli non vanificherà le loro opere (Sūra XLVII,4) …Maledetti, ovunque saranno trovati, verranno presi e inesorabilmente uccisi, secondo l’abitudine di Allah, come operò con quelli che furono prima, e l’abitudine di Allah mai la troverai mutare…Allah, per vero, maledì i Negatori e approntò loro la vampa dell’inferno (Sūra XXXIII,61-62,64)…Quando poi saranno trascorsi i mesi sacri, uccidete gli idolatri ovunque li troviate, prendeteli, circondateli, appostateli ovunque in imboscate. Se poi si convertono e compiono la Preghiera e pagano la Decima, lasciateli andare, poiché Allah è indulgente e clemente. …Combatteteli dunque, e Allah li castigherà per mano vostra e li coprirà di obbrobrio, e vi assisterà a trionfo contro di loro, e guarirà il petto dei credenti e scaccerà loro la collera via dal cuore, e Allah si convertirà benigno a chi Egli vuole e Allah è saggio sapiente (Sūra IX, 5,14-15)… Allah rivelò agli angeli: in verità Io sono con voi! Confermate coloro che credono! E io getterò il panico nel cuore dei miscredenti. Percuotete, percuotete dunque le cervici, percuotete e spezzate ogni dito! Questo perché essi si sono tagliati via da Allah e dal Suo Messaggero, e chi si taglia via da Allah e dal Suo Messaggero, sappia che Allah è violento nel castigare (Sūra VIII,12-13). Se prendiamo alla lettera questi versetti del Corano, è difficile pensare all’Islam come ad una religione di pace, a meno che ci sia un’altra possibile interpretazione di questi versetti: ma è possibile, stante la proclamata normatività assoluta delle parole del Corano? Per i dhimmi poi, ovvero gli appartenenti al Popolo del Libro: ebrei, cristiani e zoorastriani, la pena per la professione della loro religione è mitigata da un pagamento di una speciale tassa di protezione, la Jizya (imposta di capitazione o di protezione), per poter esercitare il loro diritto di culto nei paesi dove vige la Sharia. Recita in proposito il Corano: Combattete coloro che non credono né in Allah, né nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quello che Allah e il suo Messaggero han dichiarato illecito, e coloro, fra quelli cui che fu data la Scrittura, che non si attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finché non paghino il tributo, uno per uno, umiliati (Sūra IX,29).
Alla base di questo impianto concettuale che, più che religioso, è di natura ideologica, stante che Allah è presentato come una divinità arbitraria e vendicativa come recitano queste Sure del Corano: Ad Allah appartiene ciò che è nei cieli e ciò che c’è sulla terra e sia che manifestiate o nascondiate quel che avete in cuore, Allah ve ne chiederà conto, e perdonerà chi vuole e castigherà chi vuole, perché Allah è Potente sopra tutte le cose (Sūra II,284)…Dì: ‘o mio Allah! Padrone del Regno! Tu dai il Regno a chi vuoi, e strappi il Regno a chi vuoi, esalti chi Tu vuoi, umili chi tu vuoi: in mano tua è il Bene, e Tu sei, sopra tutte le cose, Potente! (Sūra III,26) … È Allah che fa vivere e uccide, è Allah che osserva tutto ciò che fate (Sūra III,156)….E rammenta quando quelli che rifiutarono la Fede t’insidiavano per trattenerti, o per ucciderti o per espellerti: essi insidiavano, e intanto Allah insidiava, Allah, il migliore degli insidiatori! (Sūra VIII,30).
Con questa immagine di Dio, che paradossalmente contrasta con la continua affermazione di Allah come il Clemente e Misericordio, messa a preambolo di ogni Sūra, la società che ne deriva non può che essere caratterizzata da un’organizzazione tribale, ovvero molto verticalizzata, autoritaria e chiusa verso le influenze esterne, e la convivenza sociale rigidamente controllata, come avviene appunto con l’applicazione della Sharia in tutti i paesi islamici, radicali o meno. Ricordiamo infatti che lo stesso diritto islamico si fonda sulla legge del taglione, come disposto dal Corano nella Sūra II, 178 e179: O voi che credete! In materia di omicidio vi è prescritta la legge del taglione: libero per libero, schiavo per schiavo, donna per donna; quanto a colui cui venga condonata la pena da suo fratello si proceda verso di lui con dolcezza, ma paghi un tanto, con gentilezza, all’offeso. Con questo il vostro Signore ha voluto misericordiosamente alleggerire le precedenti sanzioni; ma chi, dopo tutto questo, trasgredisca la legge, avrà castigo cocente. La legge del taglione è garanzia di vita, o voi dagli intelletti sani, affinché forse acquistiate il timore di Allah,, fino a contemplare anche la pena del contrappasso: Quanto al ladro e alla ladra, tagliate loro le mani in premio di quel che han guadagnato, come castigo esemplare da parte di Allah, che Allah è potente e saggio (Sūra V,38).
La sostanza della religione islamica sta in questi presupposti. Questa chiarezza è necessaria, perché ogni dialogo che vuol portare frutto deve partire dalla conoscenza quanto più precisa e onesta dell’interlocutore, del suo modo di pensare e di ciò in cui crede, diversamente diventa un dialogo tra sordi o si equivoca facendo credere che sia una cosa diversa, e poi, quando si scopre l’intenzionalità dell’interlocutore, inevitabilmente si scatenano conflitti feroci e senza fine.
La seconda parte la trovi qui
Elisa Cutullè
