
Un taccuino artistico che si muove al confine tra geografia reale e dimensione onirica: Cimitero dei porfidi non è soltanto una riflessione sulla materia imperiale della pietra, ma un’esplorazione profonda della memoria, dei luoghi e del tempo. Nato inizialmente come capitolo conclusivo de Le galanti e depositato attraverso oltre sette anni di riscritture, l’ultimo lavoro dell’autore si presenta come un’opera autonoma e composita, dove prosa, versi e reperti visivi dialogano ininterrottamente. In questa intervista, l’autore ci racconta la genesi del libro, la scelta di una scrittura ruvida e precisa come la pietra stessa, e il valore della sorpresa di fronte al sedimento della storia.
Genesi & Spazio-Tempo: Cimitero dei porfidi si presenta come un viaggio errabondo tra geografia reale e dimensione onirica. In che modo il concetto geografico di “morena” e la stratificazione storica di città come Roma, Costantinopoli e Palermo hanno modellato la struttura stessa del taccuino artistico?
Cimitero dei porfidi non è esattamente un testo di storia dell’arte, dove l’argomento è sviluppato secondo i canoni della ricerca storica, ma è un viaggio, come dice lei, quasi onirico, dove il narratore s’imbatte in luoghi e oggetti che hanno per lui una valenza specifica, memoriale, affettiva. Ho sempre privilegiato nei miei studi la vicenda storica degli oggetti e dei monumenti cercando di contestualizzarli o, se il caso, di decontestualizzarli. Le città sono il risultato di stratificazioni complesse. A volte occorre estrapolare i monumenti, a volte inserirli nella storia del luogo.
Ricezione & Esperienza Visiva: Nel testo le immagini fotografiche, le incisioni storiche e le note d’archivio dialogano con la prosa narrativa. Come immagina che il lettore contemporaneo — abituato alla fruizione rapida delle immagini — fruisca di questa sovrapposizione tra reperto visivo e descrizione letteraria?
Il libro ha una forma composita. Prosa, verso libero, illustrazioni, citazioni. Nello specifico le illustrazioni e le frequenti citazioni di testi o documenti antichi hanno la medesima funzione. Condurre il lettore di fronte all’oggetto descritto, che sia ancora esistente o che sia ormai ridotto a un rudere apparentemente insignificante. Vorrei che il lettore si abbandonasse alla sorpresa di questi inserimenti e si affidasse alla loro imprevedibilità per godere del testo.
Stile Linguistico & Materia: La materia del porfido è descritta come «ostile, che si oppone». Quali scelte sintattiche o lessicali ha adottato per far sì che la scrittura restituisca la stessa densità, durezza e pesantezza specifica della pietra imperiale?
Il porfido è una delle pietre più difficili da lavorare, direi che non è un materiale prezioso ma non lezioso. Ho cercato nella scrittura la ruvidezza senza rinunciare alla precisione. Se vogliamo, possiamo fare un paragone tra le superfici levigate e la scrittura in prosa; quelle più lavorate e la scrittura in versi. Gli oggetti in porfido sono principalmente di dimensioni imponenti; in pochi casi li si lavora con il trapano o i ferri destinati alla lavorazione delle pietre dure. Anche quando viene utilizzato per i ritratti lo si fa per ritratti idealizzati, dove conta di più la funzione del personaggio ritratto che la somiglianza.
Genesi & Trasformazione: Il testo nasce originariamente come ultimo capitolo de Le galanti per poi evolversi in un’opera autonoma lungo un arco di oltre sette anni. Qual è stato il momento esatto in cui ha percepito che il porfido non era più solo un dettaglio saggistico ma una cornice narrativa a sé stante?
Le galanti è nato con un preciso disegno. Diviso in due parti, raccontava nella prima passioni e innamoramenti; nella seconda perdite e dolori. In un primo momento avevo pensato di chiudere il libro con un testo che parlasse di un materiale (al quale sono molto affezionato e che amo molto), ma questo finale metteva in secondo piano l’aspetto doloroso delle perdite degli oggetti d’affezione, delle opere d’arte scomparse o della scomparsa delle figure che per me hanno rappresentato qualcosa d’importante nella mia esperienza di uomo e di studioso. Così alla fine ho pensato che il porfido dovesse essere raccontato e descritto in un testo a parte, una sorta di appendice di quell’altro. Ho atteso a lungo prima di pubblicarlo, ho aggiunto, corretto, tagliato. Poi è arrivato il momento di condividerlo con chi volesse percorrere con me questo breve percorso.
Elisa Cutullè
