
Dalla metafora del Canto delle dame alla ricerca d’archivio basata sui fondamentali studi di Maria Bellonci, Concerto in nero (Graphe.it) trasforma la storia rinascimentale in una vera e propria partitura narrativa. In questa terza parte dell’intervista, Giorgio Podestà rivela come l’ascolto musicale e la passione per i destini caduti nell’oblio abbiano guidato la stesura del libro. L’autore racconta il processo di ricerca che ha riportato alla luce figure dimenticate come Bianca di Trastámara e Margherita Farnese, spiegando come è riuscito a bilanciare il rigore documentario con uno stile di scrittura dal ritmo ricercato, capace di evocare le atmosfere dell’epoca senza appesantire il dialogo con il lettore contemporaneo.
Nel saggio utilizza l’esperienza storica del Canto delle dame di Ferrara come chiave metaforica, assegnando a ciascuna figura uno strumento “totem” (dalla viola di Arabella Stuart alla giga di Agnese Visconti). Come è nata l’idea di tradurre la condizione storica di queste donne in una vera e propria partitura musicale narrativa?
Tutto nasce dall’ascolto e dalla suggestione. Un’alchimia che permette di viaggiare nel tempo. Di essere, non visti, testimoni di eventi straordinari. Di verità dove storia e poesia si fondano. Il canto delle dame di Ferrara dissuggella a mio avviso un messaggio importante. La visione di un immenso talento che, aggirando ostacoli e pregiudizi, trionfa (e non soltanto a Ferrara). Come non dare allora anche a queste dieci donne del Rinascimento, a queste voci accorate che compongono Concerto in nero una partitura musicale narrativa?
Bilanciare la fluidità della narrazione letteraria con il rigore documentario richiede un lavoro d’archivio complesso. Quali fonti storiche o epistolari sono state decisive per ricostruire i pensieri e la voce di figure come Margherita Farnese durante la clausura a Parma?
Un testo fondamentale per conoscere più da vicino il dramma di Margherita Farnese è certamente I segreti dei Gonzaga di Maria Bellonci, uscito per la prima volta, se non ricordo male, nel lontano 1947. Instancabile frequentatrice di archivi e polverose cancellerie, la grande biografa di Lucrezia Borgia e Isabella d’Este, ha riportato alla luce documenti e lettere che hanno chiarito e disvelato verità e intrighi quasi dimenticati. A lei devo il mio profondo interesse per la figura della giovane Farnese. Un interesse nato a Parma quando ero ancora un adolescente e che non mi ha mai più abbandonato.
Tra i dieci ritratti spicca Bianca di Trastámara, regina di Navarra. Cosa la spinta a inserire nel suo “concerto” una figura spesso dimenticata dalla storiografia ufficiale rispetto a nomi più noti come Jane Grey o Maria d’Avalos?
Le figure dimenticate. I destini caduti nell’oblio. I nomi che non sembrano avere quasi più eco risvegliano in me una profonda attenzione. Un’attenzione che è in verità una vera e propria attrazione fatale. Un po’ come accade tra il ferro e la calamita: un istante e si rinsaldano con un impercettibile e fatalissimo clic.
La narrazione adotta un’impronta stilistica ricercata che richiama le atmosfere dell’epoca. In che modo ha lavorato sul ritmo della scrittura per restituire un’atmosfera rinascimentale senza appesantire la fruizione per il pubblico contemporaneo?
Il mio desiderio era proprio questo. Mi fa davvero piacere, anzi mi rincuora che ne abbia colto così prontamente lo spirito. Un desiderio non facile. Gli ostacoli erano tanti. Tuttavia la musica ancora una volta mi ha guidato, indicandomi (almeno lo spero) la strada da seguire.
Elisa Cutullè
