Oltre il senso comune: la complessità del pensiero clinico nella mente del terapeuta

La copertina del libro presenta un layout grafico minimalista e pulito su sfondo bianco:   In alto a sinistra: È presente la dicitura della collana, Psicologia e psicoterapia clinica, scritta in corsivo blu e racchiusa tra due linee sottili azzurre disposte ad angolo.   In alto a destra: Compare il nome dell'autore, ANGELO R. PENNELLA, stampato in maiuscolo con un carattere nero e lineare.   Al centro: Il titolo del libro domina la scena con una composizione dinamica:   La parola NELLA è scritta in maiuscolo con un font con grazie di colore rosso e posizionata in diagonale verso l'alto.   Le parole MENTE DEL TERAPEUTA sono disposte su tre righe sottostanti, scritte in maiuscolo in un colore blu ottanio.   Sotto il titolo: È riportato il sottotitolo in corsivo azzurro: Il ragionamento clinico in psicoterapia psicoanalitica.   In basso a destra: Si trova il logo di ARMANDO EDITORE, composto da una "A" stilizzata rossa e dal nome della casa editrice in maiuscolo nero, accompagnato dallo slogan in corsivo rosso "La ricerca del sapere".

In un’epoca in cui la psicologia sembra aver conquistato ogni spazio del discorso pubblico — dai panel televisivi ai feed dei social media —, assistiamo a un paradosso strisciante: più la terminologia clinica diventa di uso comune, più la sua reale complessità rischia di essere banalizzata. Tra diagnosi formulate in un reel e l’illusione che l’empatia spontanea possa sostituire il sapere specialistico, la professione psicologica si trova a difendere il proprio valore epistemico ed etico.

Ma cosa accade davvero quando uno specialista incontra il dolore di una persona? Come prende forma quel processo silenzioso e rigoroso che trasforma una narrazione individuale in un nuovo significato di vita?

Ne abbiamo parlato con l’autore di Nella mente del terapeuta. Il ragionamento clinico in psicoterapia psicoanalitica (Armando Editore). Attraverso una riflessione acuta e controcorrente, l’intervista esplora il funzionamento dei processi inferenziali nel setting clinico, mette in guardia dai pericoli della “psicologia da consumo” e ci invita a formulare la domanda che quasi nessuno osa più porsi: chiediamo alla terapia di spegnere in fretta un sintomo, o siamo ancora disposti a fermarci per comprenderne il senso?

 

Nel suo lavoro emerge una forte attenzione ai processi inferenziali: è possibile pensare che la narrazione terapeutica possa diventare uno strumento culturale capace di modificare il modo in cui la società interpreta fragilità, conflitti e trasformazioni personali?

 

Nel mio libro mi soffermo in modo particolare sui processi inferenziali che uno psicologo e, nello specifico, uno psicoterapeuta mette in atto nel corso della sua relazione con il paziente. Per cercare di rispondere alla sua domanda è dunque necessario innanzitutto definire cosa sia un processo inferenziale. Immaginiamo quindi di avere di fronte a noi una persona che ci ha chiesto un colloquio perché sta affrontando un momento particolarmente difficile della sua vita. Inevitabilmente, svilupperà una narrazione in cui riferisce eventi, descrive persone, tratteggia emozioni. Sulla base di questa storia, più o meno ricca e connotata affettivamente, il terapeuta è in grado di inferire ulteriori conoscenze che, pur non essendo esplicitamente presenti in ciò che è stato narrato, possono però essere desunte da ciò che il paziente ha detto o fatto. In sostanza, il terapeuta coglie delle somiglianze tra elementi apparentemente disparati, istituisce nessi tra eventi dislocati in tempi e luoghi diversi, coglie ricorsività, formula ipotesi esplicative. Sviluppa cioè inferenze alimentate da processi di pensiero come l’analogia, l’abduzione, la deduzione, per dirne solo alcuni, il cui obiettivo è quello di dare senso a vicende e vissuti che spesso appaiono, agli occhi del paziente, non solo dolorosi ma anche incomprensibili e inaccettabili. È evidente che tutto ciò si dipana all’interno di una relazione duale o, al più, gruppale, nel caso delle psicoterapie familiari o di gruppo, ma ciò non significa negare la possibilità che si possa promuovere questo modo di pensare anche al di fuori dei setting terapeutici al fine di riorganizzare l’esperienza soggettiva e dare ad essa un senso diverso e più funzionale.

Ovviamente, quando si parla di cultura e società, siamo di fronte a fenomeni con strutture e dimensioni differenti rispetto a quelle che sono l’oggetto di intervento della psicoterapia ma è pur vero che in entrambi i casi abbiamo a che fare con narrazioni che possono promuovere tanto il benessere quanto il malessere delle persone. C’è inoltre da ricordare che la mente umana è, per così dire, predisposta a sviluppare storie e può essere modellata dalle storie. In psicoterapia, di fatto, si lavora su vissuti, ricordi, esperienze e si promuove una riorganizzazione e risignificazione della narrazione del paziente. In forme, modalità e con ordini di grandezza diverse è quello che accade sistematicamente anche a livello sociale e culturale.

 

Oggi il linguaggio psicologico è ovunque, dai social ai talk show: quali responsabilità hanno i professionisti nel contrastare l’uso superficiale o distorto di concetti clinici che rischiano di diventare etichette culturali?

Proverò a darle una risposta sintetica cercando di non banalizzare una questione importante non solo per la psicologia in quanto disciplina scientifica ma anche per il ruolo che essa può svolgere a favore della collettività.

Partiamo col dire che ogni professione, si pensi agli ingegneri o ai medici, è portatrice di un sapere specialistico e di un corredo terminologico che, ovviamente, non è patrimonio di tutti. Posti di fronte a una situazione che richiede un intervento tecnico, si pensi al consolidamento di un cavalcavia lesionato o al ripristino del flusso sanguigno a livello coronarico, lo specialista ha una lettura del problema e una modalità di affrontarlo che il profano naturalmente non possiede. Ciò, ovviamente, crea una divergenza tra il modo di leggere la situazione e, più in generale, la realtà da parte del tecnico e il modo di leggere e affrontare la realtà da parte del profano: si crea quello che possiamo definire un “conflitto epistemico” che sarà tanto più marcato quanto più la distanza tra le due “letture” è ampia. Ecco, quando si tratta di psicologia possiamo notare che la distanza tra il tecnico e il profano sembra cancellarsi. In fondo si è convinti che tutti sono un po’ psicologi o che per esserlo sia sufficiente un minimo di sensibilità ed empatia. Si tende così a spazzare via una serie di conoscenze e di competenze specialistiche pur di confermare quelle che, di fatto, sono le letture del senso comune. È un po’ come se continuassimo a dire che la terra è piatta e che è il sole a girare intorno al nostro pianeta ancorandoci al fatto che sono i nostri sensi a dirci questo. Mettere in discussione la nostra percezione, constatare che la realtà è ben diversa da ciò che appare è difficile se non inquietante.

La psicologia è potenzialmente in grado di mettere in discussione molte delle nostre convinzioni più radicate, confliggendo con il modo con cui siamo abituati a leggere la realtà. Prendiamo la diffusa convinzione che le emozioni siano degli stati interni che gli individui attivano in risposta a determinati stimoli ambientali. Se si è gelosi del partner, per dirne una, si tende a pensare che l’emozione sia l’esito degli atteggiamenti o dei comportamenti dell’altro: si ritiene cioè che la gelosia sia una risposta a qualche stimolo esterno, e lo stesso vale per la rabbia o la vergogna. Ma se dicessimo che la sequenza è esattamente opposta? Se dicessimo cioè che è la gelosia – così come la rabbia o la vergogna – a indurre la persona a connotare come inappropriati gli atteggiamenti e i comportamenti dell’altro e non sono questi ultimi a provocare le emozioni della persona? Se pensassimo cioè che le emozioni non sono l’effetto di uno stimolo ambientale, ma sono il modo con cui noi diamo senso agli eventi? La psicologia ci insegna che il significato delle cose non è intrinseco alle cose né tantomeno è antecedente a ciò che diciamo e facciamo ma prende forma proprio grazie a ciò che diciamo e facciamo. E possiamo andare oltre dicendo che quella in cui viviamo non è la realtà ma solo una rappresentazione individuale e collettiva di un mondo che non potremo mai conoscere nella sua essenza. Quella che consideriamo realtà è cioè sempre e solo una tra le molte versioni possibili di quel mondo. Pensi a quanto tutto ciò confligge con le nostre convinzioni e con il modo con cui rappresentiamo noi stessi, gli altri e le relazioni interpersonali. E questo è solo uno degli aspetti della psicologia che si tende a cancellare. In fondo è più facile continuare a credere che il mondo sia piatto e che il sole giri intorno alla terra.

V’è però anche un altro modo per erodere quel conflitto epistemico tra psicologi e profani di cui parlavo prima: l’uso improprio di concetti e termini del linguaggio psicologico. A volte con una sorta di acquiescenza da parte degli stessi psicologi, si assiste, come notava lei poco fa, a una banalizzazione dei concetti. Un esempio tra i tanti: il narcisismo. Oggi tutti usano questo termine, spesso con la convinzione di sapere di cosa si stia parlando. Di fatto, si riduce il narcisismo all’idea di una persona egocentrica, concentrata su se stessa e bisognosa di continue conferme senza rendersi conto della complessità e della grande variabilità di questa configurazione clinica e del ruolo che essa svolge nelle relazioni interpersonali. Ed è questo il punto: in modo un po’ provocatorio potrei dire che non esiste il narcisista, esistono le relazioni fondate sul narcisismo. Così come non può esistere un attore senza un palcoscenico e un pubblico, non può esistere un narcisista senza una platea di persone caratterizzate dal bisogno di assumere una posizione complementare a quella del narcisista. Tra l’altro, in tutto questo, si perde anche il continuum esistente tra narcisismo sano, narcisismo patologico e narcisismo maligno.

Lei mi chiedeva della responsabilità dei professionisti e credo che in effetti ci sia una grande responsabilità da parte degli psicologi. Da un lato, penso sia importante promuovere una maggiore sensibilità e attenzione nei confronti della psicologia, dall’altro noto che si corre spesso il rischio di perdere la complessità di questa disciplina cercando di rincorrere le aspettative del pubblico. Come ho scritto nel mio libro, nel tentativo di avvicinare le persone alla psicologia, si rischia di appiattirsi sulle interpretazioni di senso comune, sia pure vestendole con un linguaggio vagamente tecnico-scientifico, confermando implicitamente la convinzione che in fondo tutti siano un po’ psicologi e che l’unica differenza tra un professionista e un profano sono le parole che a volte si possono utilizzare.

 

Qual è la domanda che nessuno le pone mai sulla psicoterapia, ma che secondo lei rivelerebbe il nodo più profondo del rapporto tra terapeuta, paziente e società?

In realtà ci sono molte domande che ci si potrebbe porre in merito alla psicoterapia e che, di solito, non vengono fatte, direi però che ci si dovrebbe chiedere innanzitutto se esiste la psicoterapia. Forse può sembrare una domanda provocatoria, ma di fatto non esiste una psicoterapia, esiste semmai una molteplicità di psicoterapie, tant’è che è sempre necessario aggettivare il termine parlando di psicoterapie cognitive, psicoterapie strategiche, psicoterapie sistemico-relazionali, psicoterapie psicodinamiche e via dicendo. Certamente ci sono alcune costanti che attraversano queste diverse tipologie di intervento clinico, ad esempio il fatto di fondarsi tutte sulla relazione interpersonale e sull’uso di strumenti primariamente psicologici, ci sono però anche importanti differenze. Ne vorrei segnalare una proponendo un quesito: la psicoterapia di cui si sta parlando è un intervento che mira alla correzione di un qualche deficit o mira a promuovere le risorse della persona? Sia pure con una semplificazione opinabile, possiamo però notare che vi sono alcune psicoterapie che si focalizzano sui sintomi, sui problemi, sulla correzione cioè di quello che le persone considerano un deficit.  Altre psicoterapie, pur non disinteressandosi delle difficoltà della persona, propongono invece una visione complessa in cui il problema portato in terapia non è considerato una disfunzione dell’individuo ma una sua modalità di stare nelle relazioni, una modalità peraltro rinforzata dalle relazioni a cui l’individuo partecipa. Il fine qui non è correggere un deficit, riportare a norma l’individuo, ma comprenderne le difficoltà, promuovere le sue competenze a stare nelle relazioni sociali in modo più consapevole e adattivo. In sostanza, la domanda che non ci si pone è questa: cosa si vuole dalla terapia? Si vuole eliminare un disagio, cancellare un sintomo, correggere una parte di sé considerata difettosa oppure si vuole comprendere cosa ci sta accadendo, si vuole dare senso alle proprie difficoltà e alla vita che si sta vivendo? Questa è la domanda che non si pone. D’altronde è una domanda difficile e controcorrente rispetto a una società sempre più fondata sull’immagine e la performance. La richiesta sempre più pressante è infatti quella di non perdere tempo a pensare, a riflettere, si deve solo risolvere il problema, qualunque esso sia, il più rapidamente possibile. Eccoci così in un paradosso: posti di fronte al nostro cruscotto personale, evitiamo di chiederci perché si sia accesa quella spia rossa. Ci allarmiamo a tal punto da non interrogarci: siamo in riserva con la benzina? Si tratta di un surriscaldamento del motore? Inquieti, spaventati e disabituati a confrontarci con l’incertezza, chiudiamo gli occhi o chiediamo al meccanico, nel nostro caso alla psicoterapia, di spegnere quella spia.

 

Elisa Cutullè

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