
In un’epoca in cui le sfide globali sembrano superare la nostra capacità di comprensione, Mauro Ceruti e Francesco Bellusci ci offrono con il loro nuovo libro, “Per una civiltà della Terra” (Aboca Edizioni), una bussola per orientarci nella “policrisi” contemporanea. Attraverso un approccio che unisce rigore filosofico e visione sistemica, gli autori ci invitano a superare i vecchi confini del sapere per abbracciare un’intelligenza cosciente, capace di abitare l’incertezza e trasformarla in un’opportunità evolutiva.
Affermate che la complessità è anzitutto una sfida cognitiva. Perché il nostro modo tradizionale di separare e specializzare i saperi oggi è diventato un ostacolo alla comprensione del mondo?
Dobbiamo reimparare a vedere il mondo, ripensando il nostro modo di pensare. Non è un gioco di parole. La radice della policrisi del mondo contemporaneo è la crisi cognitiva, la crisi del nostro rapporto con la realtà. Pensare la complessità significa pensare in un modo diverso e costruire il sapere in un modo diverso. Diverso da quello che ha dominato la tradizione moderna. E accettare la sfida della complessità significa, in ogni caso, accettare l’incompletezza della nostra conoscenza, saper affrontare l’incertezza, dare valore non solo alle nuove tecnologie ma anche alle “tecnologie dell’umiltà”, per dirla con la studiosa indiano-americana Sheila Jasanoff. Oggi, l’ignoranza non è la mancanza di conoscenza. L’ignoranza si annida nel modo in cui la conoscenza è prodotta e organizzata, ovvero nella conoscenza parcellizzata, frammentata, algoritmizzata. L’iperspecializzazione impedisce di vedere la complessità perché la frantuma in tante parti e la dissolve. Del resto, l’università, la scuola e anche la divulgazione ci insegnano a separare conoscenze che dovrebbero essere interconnesse. Così più i problemi divengono multidimensionali, più c’è l’incapacità di pensare la loro multidimensionalità; più progredisce la crisi, più progredisce l’incapacità di pensare la crisi; più i problemi sono planetari, più divengono impensati.
Il libro si chiude parlando di un'”avventura nella nube d’inconoscenza”. Quale atteggiamento etico suggerite di adottare quando non possiamo prevedere le conseguenze a lungo termine delle nostre azioni?
Già Hans Jonas invitava, mezzo secolo fa, a riflettere sulla soglia critica a cui ci ha condotto la modernizzazione. Ormai la nostra potenza di agire, di manipolare, di trasformare, è così massiccia, ha conseguenze così rilevanti, e queste conseguenze si proiettano talmente lontano nel tempo, che esse eccedono la nostra possibilità di conoscenza e di previsione. La possibilità di conoscere e anticipare gli effetti delle nostre innovazioni tecnologiche e produttive, così repentine, diminuisce, proprio quando ne avremmo più bisogno. L’incertezza è scomoda, ma è anche opportunità, libertà, e ci ricorda il nostro essere aperti al futuro. Ma, alla condizione che diventi fonte di responsabilità e ci renda coscienti che questa responsabilità si dilata nello spazio e nel tempo. Dobbiamo imparare ad essere responsabili e a trasformare l’incertezza in rischi calcolabili e possibilità di apprendimento.
Essendo un libro scritto a quattro mani, come si è articolata la collaborazione tra voi due? In che modo l’incontro tra le vostre diverse sensibilità ha incarnato quel principio di “connessione” di cui parlate nel testo?
È il quarto libro che scriviamo insieme. Preferiamo scrivere in due, perché in uno siamo parecchi! Non è una battuta. In due, il disordine creativo e l’ispirazione poliedrica di ciascuno di noi due si chiarifica nell’esigenza di comprensione e nelle interrogazioni dell’altro, secondo una circolarità continua. D’altra parte, coscienti della complessità straordinaria, ai limiti dell’impensabilità, che ognuno contiene in sé, l’intelligenza non si definisce più come la facoltà di risolvere un problema, ma come quella di penetrare un mondo condiviso, come diceva il grande neurobiologo Francisco Varela. I nostri libri sono frutto dell’intelligenza così intesa.
L’evoluzione del pensiero: Rispetto alla vostra precedente trilogia sulla complessità, qual è l’elemento di novità o di urgenza che vi ha spinto a scrivere proprio ora questo volume? Abbiamo capito che la policrisi, descritta precedentemente come crisi cognitiva e, poi, come crisi del futuro e della fede nel progresso, assume i contorni di una crisi di civiltà, che stenta ad apparirci come tale se, per esempio, limitiamo le nostre analisi al piano geopolitico. Nella cornice di questa scienza, il suffisso “geo” rimanda a una concezione semplificata e riduttiva di ‘terra’: alla terra intesa come suolo da occupare e conquistare, a fondo di risorse da estrarre, oggetto di rivalità territoriali, economiche e politiche. Si perde di vista la “Terra” come sistema complesso, vivente e habitat del vivente, compreso il vivente umano, la Terra che è plasmata dagli umani e che, al contempo, reagisce all’impronta umana. Ormai, con la crisi ecologica e climatica, noi, umani, non siamo più gli unici attori della storia, anche se le ideologie tecnocratiche, che fermentano a Silicon Valley, si ostinano a perpetuare l’illusione del controllo razionale del mondo, della natura, dell’avvenire. Vale per gli uomini all’alba del terzo millennio quel che Paolo di Tarso, nella “Lettera ai Romani”, raccomandava agli uomini all’alba del primo millennio dopo Cristo: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare”.
Elisa Cutullè
