
Viviamo in una società iper-regolamentata che premia la produttività, anestetizza il disagio attraverso risposte precostituite e delega all’algoritmo la complessità del pensiero. Ma cosa succede quando il bisogno fondamentale di socialità si trasforma in un conformismo soffocante, o quando la tecnologia e l’industria del consumo sostituiscono il faticoso processo di conoscenza di sé?
In questa intervistaGiovanni Invernizzi ci guida alla scoperta dei temi chiave del suo ultimo saggio, “Psicologia dei desideri e delle emozioni”, pubblicato da Armando Editore. Attraverso il modello teorico dell’Istintualismo, l’autore esplora il delicato equilibrio tra la stabilità collettiva e i bisogni profondi dell’individuo, offrendo una critica serrata alla teoria computazionale della mente e all’illusione di un benessere senza sforzo ottenuto per via chimica o tecnologica. Dalla denuncia dei cortocircuiti evolutivi della società dei consumi fino al valore della psicagogia scolastica e familiare — intesa come vero e proprio “scudo mentale” e nutrimento dell’animo attraverso la cultura umanistica —, le riflessioni proposte in queste pagine offrono una mappa spietata ma necessaria per ritrovare una consapevolezza autentica nel mondo contemporaneo.
La trappola del conformismo sociale: Vivendo in comunità cross-frontaliere fortemente regolamentate, il bisogno di socialità può facilmente scivolare nel conformismo e nell’iper-regolamentazione. Fino a che punto l’accordo sociale protegge la comunità e quando invece comincia a “soffocare la spontaneità espressiva” del singolo?
Il conformismo sociale è stato il cardine dell’ordine, della tradizione e della stabilità collettiva in tutti i luoghi e in tutti i tempi. Sono stati i commerci e soprattutto le guerre a porre a confronto le varie società, inducendole ad accogliere le norme, la tecnologia, la religione e quant’altro proveniva da altri popoli. Più una società si è trovata isolata e più è rimasta conformista. Si pensi al Giappone, condannato per secoli al Medioevo normativo prima dell’invasione americana, e al cambiamento che ha avuto da allora, diventando una delle società più evolute del pianeta. Conformismo e cambiamento sono entrambi necessari per la vita collettiva. Il problema è il dosaggio dell’uno e dell’altro. L’Afganistan è un esempio nefasto di conformismo che si rifiuta di recepire le mutate condizioni del mondo. E’ un esempio di “incapacità adattiva”, per usare il lessico dell’Evoluzionismo. Sul piano individuale vale lo stesso. Una persona può essere troppo conformista, nel senso che si adatta passivamente alle richieste della famiglia, del gruppo o della comunità, sacrificando se stessa: ovvero contrastando i propri bisogni profondi, istintuali, e talvolta perfino la propria vita. Basta pensare a quei giovani che fanno propri dei desideri eterodiretti, come l’esaltazione per la Patria dominante che caratterizza la propaganda in Russia, e vanno a combattere guerre che avvantaggiano solo i burattinai del potere, lasciando alla povera gente l’illusione di essere degli eroi, meritevoli in termini di affermazione di sé e di stima sociale. In pratica, un bisogno-desiderio di dominio che si esprime in modo pernicioso attraverso l’identificazione del singolo con lo Stato.
La gestione edonica del malessere moderno: Ansia e depressione sembrano essere i mali invisibili delle società produttive e competitive moderne. Come possiamo educare le nuove generazioni a calcolare un “bilancio edonico” sano, che non confonda la ricerca del piacere transitorio con il benessere basale?
Questo libro è rivolto in primo luogo agli studenti di psicologia. In seconda battuta dovrebbero leggerlo coloro che vogliono conoscere se stessi in senso socratico, allo scopo di non coltivare desideri dannosi (Epicuro) in risposta ai propri bisogni istintuali, gli stessi per tutti gli esseri umani. Si tratta di effettuare dunque un’analisi circostanziata, che appunto può essere specialistica oppure personale, in merito alla qualità realizzativa delle strategie desiderative adottate per dare appagamento ai bisogni sottesi. L’equilibrio edonico, ossia il sentimento di affermazione personale e di diffuso compiacimento conseguente, si ottiene quando i desideri sono ben concepiti, ovvero produttivi, congruenti con le possibilità effettive e non illusorie del singolo e privi di pericolosità intrinseca. A quest’ultimo riguardo, si rifletta ad esempio al numero elevato di alpinisti che perde la vita ogni anno per “dominare” le vette delle montagne. Gente ambiziosa che si mette a rischio allo scopo di compiacersi del proprio coraggio e della propria perizia, incurante oltretutto della sofferenza dei propri cari, gli stessi che protestavano per l’imprudenza “desiderativa” dell’ennesima vittima della montagna.
Il “sorvegliante” edonico nelle scelte quotidiane: Nel saggio definisce il piacere e il dolore come i “sorveglianti dell’Evoluzione”. In una società occidentale che tenta di anestetizzare ogni forma di disagio e dolore, stiamo rischiando di mandare in cortocircuito la nostra stessa bussola evolutiva?
In tutto il volume viene posto in risalto il fatto che l’individuo medio è per lo più pigro, fanfarone, imprevidente, ottuso, superstizioso, gregario, egoista e manipolatore di se stesso. E’ l’umano troppo umano descritto dal filosofo Nietzsche o il bruto che non segue “virtute e canoscenza” condannato da Dante. Per condurre un’esistenza consapevole e produttiva occorre appunto affinare il più possibile la conoscenza di sé, la cultura umanistica e il rispetto per gli altri. Ma in vista di questo risultato occorre impegno, studio, autovalutazione impietosa e confronti continui, cioè lo stesso impegno che occorre per avere un corpo sano ed esteticamente gradevole. Chi pensa di raggiungere il benessere solo con antidepressivi e ansiolitici, senza coltivare la propria crescita interiore, è lo stesso individuo superficiale e illuso che ambisce ad avere un aspetto piacevole affidandosi passivamente alla chirurgia estetica, tramite liposuzioni e aggiustamenti tonicizzanti che non prevedano però fatica, sudore e restrizioni alimentari importanti. Inutile dire che l’organizzazione consumistica fa di tutto per lusingare le speranze infondate delle persone indolenti e grossolane.
Contro la dittatura dell’algoritmo (La mente non è un computer): La sua ricerca si scaglia apertamente contro la teoria computazionale della mente, difendendo la cognizione psicodinamica. In un mondo sempre più dominato dall’Intelligenza Artificiale, perché è scientificamente e filosoficamente pericoloso ridurre il pensiero umano a un semplice calcolo di informazioni?
La contrapposizione tra la teoria computazionale della mente, che concepisce l’animo umano alla stregua di un banale elaboratore di informazioni, e la teoria della cognizione psicodinamica, che sostiene che le cognizioni sono sempre affiancate dalle emozioni, dunque dai desideri e dai sentimenti maturati nel tempo, è dettagliatamente descritta quando analizzo l’istinto di organizzazione. Questa non è la sede per descrivere uno studio così articolato, ma è sufficiente pensare al fatto che, quando una giovane donna e un uomo anziano pronunciano la parola “bambino”, la cosiddetta informazione si collega ad innesti affettivi completamente diversi, così come l’idea di responsabilità di un poliziotto o di un ragazzo ribelle s’ inscrivono in un repertorio di significati e di vissuti completamente differenti. E questa è psicodinamica, un ambito osservativo che concepisce la mente principalmente come una centrale di elaborazione cognitivo-affettiva di natura inconscia.
La psicagogia scolastica e familiare: Nel testo le indicazioni terapeutiche non sono isolate, ma diffuse, parlando esplicitamente di psicagogia scolastica e familiare. In concreto, in che modo genitori e insegnanti possono applicare il suo testo per aiutare i giovani a sviluppare uno “scudo mentale” contro il bullismo o il senso di inadeguatezza sociale?
Quella che definisco psicagogia, ossia educazione dell’animo, consiste nella messa in campo di tutte quelle procedure che servono a consolidare la comprensione del mondo, il controllo sulle proprie emozioni, il sentimento di identità personale e la risonanza produttiva col prossimo. Spazia dalle manipolazioni tattili e giocose dei genitori a favore del lattante, alla “contaminazione emotiva” degli stessi a favore del bambino quand’egli è angosciato, alle spiegazioni continue che devono essergli fornite nel corso della sua maturazione, fino all’educazione all’affettività che si può programmare a scuola. Aggiungo che la cultura umanistica è fondamentale per arricchire questa crescita interiore, anche se oggigiorno viene snobbata a favore di quella tecnica, che è sicuramente importante dal punto di vita produttivo, ma che non nutre l’animo rendendolo intelligente e capace di adattarsi all’ambiente sociale.
Elisa Cutullè
