Da noi le cose le fa chi le sa fare: il merito come vocazione e responsabilità

 

Nel suo libro PremiarLeonardo Lucarini

e il merito?, il professor Leonardo Lucarini racconta una vicenda professionale intensa, attraversata da successi precoci, delusioni istituzionali e scelte coraggiose. Pubblicato da Armando Editore, il volume non è un memoir autocelebrativo, ma una riflessione maturata lungo un percorso umano e chirurgico in cui il merito è stato insieme bussola interiore e terreno di scontro con la realtà.

Lucarini brucia le tappe della carriera nei primi anni, raggiungendo responsabilità importanti grazie alle proprie capacità tecniche e all’impegno costante. L’incontro con maestri esigenti, il confronto con modelli internazionali — come l’episodio che lo vede dialogare con il cardiochirurgo sudafricano Christiaan Barnard — e la sua formazione scout contribuiscono a radicare in lui l’idea che il merito debba coincidere con affidabilità, responsabilità e servizio.

Ma quando questa convinzione si scontra con le logiche di favoritismo e appartenenza, nasce una presa di coscienza che non degenera in rancore bensì in ricerca di senso. La scelta di dedicarsi, dopo l’uscita dal Servizio Sanitario Nazionale, a un’attività di volontariato chirurgico in Africa — dalla Costa d’Avorio al Madagascar — rappresenta la traduzione concreta di una visione del merito come disponibilità al bene comune, indipendente dal riconoscimento formale.

L’intervista mette così in luce il lato più personale e formativo di questa storia: il ruolo decisivo dei maestri, le prime disillusioni, la coerenza di scelte controcorrente, fino a una domanda di fondo che resta aperta: può esistere vero merito senza responsabilità e fiducia?

 

Nel suo libro lei parla di una fiduciosa aspettativa” nel riconoscimento del merito. Quando ha capito per la prima volta che quella fiducia rischiava di essere un’illusione?

La “fortuna” di aver percorso i primi gradini della carriera bruciando tutte le tappe, muovendomi esclusivamente per meriti personali mi aveva consentito di nutrire quella “fiduciosa aspettativa”, pur avendo avuto modo, sin dagli inizi della vita professionale, di prendere atto della occorrenza di favoritismi di vario genere. Aver comunque raggiunto a 30 anni la qualifica di aiuto e soprattutto aver potuto acquisire le capacità tecniche di ricoprire serenamente quel ruolo mi aveva fin lì consentito di continuare a coltivare una fiduciosa speranza. Fu così che, avendone precocemente acquisiti i titoli necessari, alla “tenera” età di 35 anni volli cimentarmi nel tentativo di ottenere un primariato. Fu quella la prima occasione per constatare concretamente che la mia spendibilità al di fuori della sede dove mi ero formato non rappresentava un elemento sufficiente a vederla effettivamente riconosciuta. Nel partecipare al concorso per il primariato di Regalterra l’intento era stato essenzialmente quello di fare un’esperienza, eppure mi trovai inaspettatamente a poterne essere per merito il vincitore, pur risultando alla fine classificato solo come terzo alle spalle dei due pretendenti solidamente supportati. Immediatamente dopo aver terminato le prove, fui imprevedibilmente avvicinato dal “previsto” vincitore che oltre a comunicarmi in anticipo un esito del quale non avrebbe potuto essere a conoscenza in condizioni di corretta conduzione dell’esame, volle rivelarmi sconcertanti particolari relativi alle correnti conduzioni dei concorsi. Fu poi il Presidente dell’Ospedale, colpito favorevolmente dagli apprezzamenti formulati nei miei confronti dal Cattedratico, a contattarmi nel tentativo di correggere un esito non corrispondente alle sue aspettative ed in quella evenienza volle rivelarmi tutti i retroscena per me assolutamente insospettati. In quella occasione presi concretamente atto che la mia fiduciosa aspettativa di riconoscimento del merito non poteva riposare su alcuna solida base e che in futuro si sarebbe verosimilmente ancora scontrata con una realtà profondamente diversa.

 

L’episodio del test di ammissione all’università, con il riferimento esplicito alle raccomandazioni”, è emblematico. Che effetto le fece ascoltare quelle parole davanti a seicento candidati?

Le parole del Professore di psicologia furono assolutamente sorprendenti. Esse confermavano una scelta di lealtà per me totalmente in assonanza con la mia convinta formazione scout. Portare alla luce in quella sede un fenomeno diffuso e denunciarlo in modo così provocatorio ebbe per me l’effetto rasserenante di confermarmi nella fiducia nei miei mezzi.

Il celebre episodio legato al cardiochirurgo sudafricano Christiaan Barnard e alla sua risposta — “Da noi le cose le fa chi le sa fare” — sembra averla segnata profondamente. Perché quella frase le è rimasta così impressa?

Parole così semplici e di così forte impatto pronunciate con naturalezza di fronte al nostro paludato mondo universitario evidenziarono in modo intrinsecamente provocatorio il concetto di elementare opportunità che si accompagna con il rispetto del merito.

Nel racconto della sua formazione chirurgica emerge la figura decisiva del professor Pisani. Quanto conta, nella costruzione del merito, l’esempio di un maestro?

L’esempio di un maestro è essenziale. Per quanto riguarda il Professor Pisani nella sua figura, al di là dei suoi modi apparentemente burberi, restano indelebili nella memoria la sua preparazione scientifica, la coerenza professionale, la metodicità sistematica delle sue procedure chirurgiche, l’assoluta indeflettibilità rispetto al proprio dovere. In particolare fu per la mia formazione chirurgica fu essenziale la sua onesta disposizione naturale a riconoscere e premiare concretamente in ogni occasione l’impegno dei suoi allievi per facilitarne la progressione. Un esempio indelebile

Lei ha scelto convintamente il Tempo Pieno nel Servizio Sanitario Nazionale. Oggi rifarebbe quella scelta? Crede che sia ancora sostenibile?

Sceglierei certamente ancora con convinzione il tempo pieno: la motivazione economica, pur degna come quella di qualunque professione, non dovrebbe essere l’unica a sostenere l’impegno di un medico. Lo  stato dovrebbe, per parte sua, offrire retribuzioni che, pur non consentendo i proventi ben più remunerativi ottenibili con la libera professione, siano comunque seriamente incentivanti. Assicurare al servizio pubblico un’alta professionalità, mettendola a disposizione di qualunque cittadino a prescindere dai suoi mezzi, dovrebbe essere una scelta irrinunciabile.

Nel libro non c’è rancore personale, ma una denuncia civile. È stato difficile trasformare ferite personali in una riflessione più ampia sulla società?

Non posso nascondere che Il rammarico per le opportunità non consentite è stato notevole: mi accompagna il pensiero che poter occupare situazioni lavorative di maggior rilievo mi avrebbe consentito di trasmettere una importante esperienza professionale ad un maggior numero di colleghi. Peraltro, qualora favorita, l’opportunità di avvalersi in modo adeguato di risorse umane e materiali altamente qualificate avrebbe potuto rendere disponibili per un maggior numero di persone il mio specifico impegno professionale. L’abbandono del servizio sanitario nazionale ed il contemporaneo avvio di un’attività di volontariato autofinanziato in paesi africani ha rappresentato un valido rimedio al mio desiderio di continuare ad essere personalmente utile indipendentemente da un effettivo riconoscimento del merito. Sono così riuscito nel 2000 ad avviare nell’ospedale di un piccolo villaggio della Costa d’Avorio un’attività di chirurgia laparoscopica. L’impegno profuso, non senza difficoltà, nel relativo addestramento dei medici locali ha fatto sì che tale chirurgia sia tuttora correntemente praticata in quella sede. Le esperienze vissute nei diciotto anni spesi in favore prima della Costa d’Avorio e poi in un piccolo ospedale nel sudest del Madagascar hanno rappresentato un’ulteriore opportunità di maturazione umana.

Lei parla di familismo” e amichettismo” come malattie croniche del Paese. Da dove nasce, secondo lei, questa cultura?

Al di là degli aspetti più miserabili di un egoistico favoritismo protezionistico, si tratta comunque di un fenomeno devastante che impedisce in modo sistematico l’emersione del merito. Credo che quella che con benevolenza potrebbe essere considerata la tendenza quasi naturale a confidare in persone che si conoscono direttamente riproduca una mentalità, purtroppo diffusa, di una dimensione provinciale falsamente rassicurante. Essere aperti al confronto leale con un maggior numero di realtà aiuta ad aprire lo sguardo per  poter cogliere in ogni opportunità il meglio e disporsi a premiare il merito in ogni circostanza.

Dopo tanti anni di carriera e battaglie professionali, che cosa significa oggi per lei la parola merito”?

Una scrupolosa attenzione al merito dovrebbe facilitare l’emersione delle migliori disponibilità umane in qualunque campo applicativo. Non si tratta peraltro di pensare ad una società che lasci indietro chi ha meno doti, ma semplicemente di avvalersi a pieno delle qualità di chi mostrando particolare impegno e capacità può costituire un punto di forza per il bene comune.

Un articolo della legge scout recita: Lo scout considera suo onore meritare fiducia.

Possiamo ritenerci soddisfatti che l’unico premio del merito sia la sua capacità  di meritare fiducia senza corrispondergli anche il corrispettivo potere decisionale e le relative responsabilità?

 

Elisa Cutullè

 

Foto: Armando Editore

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