
Tra le proiezioni e gli incontri della 49ª edizione del Festival du Film Italien de Villerupt — da sempre attenta a esplorare l’evoluzione dei linguaggi e della società italiana —, abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci con Francesco Bruni in un momento chiave del suo percorso creativo.
Al centro del dialogo c’è il suo ultimo lavoro, Il profilo dell’altra, un racconto drammatico al femminile che sfida le dinamiche dello scontro generazionale rifiutando qualsiasi facile paternalismo. L’autore ci svela come ha evitato i cliché visivi del mondo digitale, la scelta di esplorare nuove ambientazioni geografiche al di fuori della sua Roma abituale e la sensibilità con cui ha restituito dignità e complessità alle crisi d’identità delle sue due protagoniste.
Ne Il profilo dell’altra metti a confronto una trentenne disillusa e un’influencer diciottenne. Spesso le storie di scontro/incontro generazionale rischiano di cadere nel paternalismo o nella caricatura della Gen Z. Che tipo di processo di “autocorrezione” o ascolto hai dovuto impostare durante la fase di scrittura per evitare che la tua voce prevalesse su quella delle protagoniste?
Alla base del film c’è un romanzo autobiografico con lo stesso titolo, che è ciò che mi ha conquistato, anche se poi mi sono preso diverse libertà rispetto al testo. La scrittrice è stata davvero la mentore di una giovane star dei social. Ciò che mi ha colpito del libro è l’assenza di giudizio: la storia non era sbilanciata dalla parte della protagonista più adulta (trattandosi di una trentenne), ma manteneva un grande equilibrio, riservando un’attenzione e una considerazione autentiche per le problematiche della ragazza più giovane. È stato proprio questo approccio privo di paternalismo a farmi decidere di realizzare il film.
In opere come Scialla! o Tutto quello che vuoi hai raccontato figure maschili imperfette, incagliate o in cerca di riscatto. Con Il profilo dell’altra sposti il focus su due figure femminili alle prese con l’immagine di sé e il senso di inadeguatezza. Dal punto di vista della drammaturgia, quali resistenze diverse incontrano i personaggi femminili nel mostrare la propria fragilità rispetto a quelli maschili?
Titoli come Scialla! e Tutto quello che vuoi condividono con questo film l’impianto della “strana coppia”, ossia l’incontro tra due persone profondamente diverse che apparentemente non meriterebbero di legarsi. Tuttavia, Il profilo dell’altra prende una direzione ben distinta: non è una commedia e non usa la diversità solo per far ridere (anche se ci sono momenti divertenti). Qui affrontiamo due temi fondamentali: da un lato la crisi dell’intellettuale — rappresentata da una donna laureata che fa la cameriera e non trova il proprio posto nel mondo — e dall’altro una diciottenne a cui è stata costruita un’immagine social artificiale, a cui è costretta ad adeguarsi rinunciando alla propria reale identità. Si tratta quindi di un discorso profondo legato all’identità e allo scontro culturale, affrontato con un tono decisamente drammatico.
I social media e la cultura dell’immagine sono spesso difficili da tradurre nel linguaggio cinematografico senza risultare didascalici. In Il profilo dell’altra affronti il tema della costruzione della reputazione. Qual è la trappola visiva e di montaggio da cui ti sei dovuto difendere maggiormente nel rappresentare la vita “schermata” dei nostri giorni?
La mia preoccupazione principale era evitare l’abuso di smartphone e schermi in inquadratura. Personalmente non amo riprendere cellulari o televisori, ma siccome la storia che stavo raccontando passava inevitabilmente attraverso questi dispositivi digitali, ho cercato di limitare al minimo indispensabile l’uso visivo di tali strumenti per sviluppare la narrazione.
Roma e le sue periferie o i suoi interni borghesi non sono mai solo uno sfondo nei tuoi film, ma un vero e proprio personaggio. Nel passaggio tra l’ideazione della storia e la ricerca delle location, qual è la caratteristica spaziale che ti fa capire che un luogo è “giusto” per accogliere le fragilità dei tuoi personaggi?
Con questo film sono finalmente uscito dai confini romani: in passato giravo quasi sempre entro un raggio di 5 chilometri, tanto che qualcuno parlava di “Bruniverse”. Questa volta ci siamo spostati a Milano, un giorno a Parigi e solo per una sequenza a Roma. La ricerca delle location è una vera e propria fase di scrittura: capitano luoghi diversi da quanto scritto che però aprono nuove possibilità narrative, spingendoti a riscrivere le scene. Inizialmente si ha in mente qualcosa di preciso, ma bisogna saper reinventare se i luoghi non sono disponibili o costano troppo. Ad esempio, una scena di un bagno notturno era stata pensata in mare, ma per evitare che le attrici morissero di freddo abbiamo optato per le terme naturali calde della Tuscia: la scena si è trasformata completamente ed è risultata fantastica.
Elisa Cutullè
Foto: Francesco Bruni © Xavier Ferrari- Festival de Villerupt
