TORRE DEL LAGO – 62° FESTIVAL PUCCINI – UNA MAGICA TURANDOT FESTEGGIA SUL LAGO I SUOI 90 ANNI

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Novant’anni fa, morto da poco il Maestro Puccini, Arturo Toscanini abbassava la bacchetta alla prima scaligera di Turandot pronunciando la celeberrima frase: «Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto».

Da allora, in ogni parte del mondo, l’opera viene rappresentata con il finale di Alfano, talvolta con quello commissionato a Luciano Berio proposto per la prima volta nel 2001 al Festival de Musica de Gran Canaria basato anch’esso sugli abbozzi lasciati da Puccini e ufficialmente riconosciuto dalla Ricordi, ma ogni volta il dibattito sulla corrispondenza di questa conclusione ai desiderata del Maestro lucchese riapre una ferita che sarà insanabile poiché la morte di Puccini preclude per sempre una risposta definitiva.

È un’opera incredibile, al di sopra degli altri capolavori che ci ha lasciato: una summa della sua vita e qualcosa che va oltre, così lontano forse da aver lasciato lo stesso compositore nell’impossibilità di darle una conclusione. Lui stesso aveva percepito la difficoltà a dare un seguito alla morte di Liù: quella poesia che precede il gesto estremo della schiava, le parole potenti e dolorose del padre Timur non ammettono che il silenzio. Quale artificio poteva portare la principessa di gelo a dischiudere il suo cuore al solare Calaf? Quale alchimia avrebbe reso da sterile a fecondo un animo oppresso dall’odio e dalla paura per ciò che era accaduto, secoli prima, alla sua ava: “E Lo-u-Ling, la mia ava, trascinata da un uomo, come te, come te, straniero, là nella notte atroce, dove si spense la sua fresca voce!”

Forse, unica traccia che ci può ricondurre a questo miracolo del bacio risveglio dei sensi e dei sentimenti, sta nelle parole di Turandot, poco dopo quel bacio: “Del primo pianto, sì, straniero, quando sei giunto,
con angoscia ho sentito il brivido fatale di questo mal supremo. Quanti ho visto morire per me! E li ho spregiati; ma ho temuto te! C’era negli occhi tuoi la luce degli eroi! C’era negli occhi tuoi la superba certezza… E ti ho odiato per quella… E per quella t’ho amato, tormentata e divisa fra due terrori uguali:
Vincerti o esser vinta… E vinta son…Ah! Vinta, più che dall’alta prova, da questa febbre che mi vien da te!

Sono parole pesanti sulle quali immaginiamo mille volte Puccini abbia riflettuto in quei terribili mesi della malattia e in quelle ore che hanno preceduto la morte: chissà quali immagini hanno riempito i suoi pensieri e quali note, nel delirio degli ultimi attimi, hanno affollato la sua mente, uguali o diverse da quegli appunti lasciati ai posteri nella loro incompiutezza.

Ma dissertare sulle ipotesi non serve: ciò che abbiamo è una meravigliosa e complessa partitura ricca di rimandi alla grande musica europea, a cavallo tra passato e futuro, sospesa in una eternità incorrotta che ha saputo, come del resto ogni altra sua opera, attraversare il tempo restando attualissima.

Anche il 62°Festival Puccini ha voluto ricordare questo anniversario riproponendo uno degli allestimenti più suggestivi tra quelli che sono stati prodotti in questi anni: le scene di Ezio Frigerio, elegantissime e sobrie fanno pendant con i costumi di Franca Squarciapino, premio oscar nel 1991 per i costumi del film Cyrano de Bergerac per creare un’assieme capace di restituire l’atmosfera di quest’opera carica di suggestioni.

Complessivamente deludente la regia di Enrico Stinchelli dal quale ci aspettavamo qualcosa di più specialmente per il finale: apprezzabile l’idea della morte di Liù con la sua “scomparsa” che evoca l’ipotesi di un trasfondersi dell’animo di lei, che conosce così bene il significato della parola amore da farle scegliere la morte per non tradire il suo signore, in quello ancora prigioniero della Principessa Turandot per favorire quel disgelo che il bacio concluderà.

Liù…bontà! Liù…dolcezza!” dice mestamente Timur dopo la sua morte; e la giovane schiava, sopravvissuta all’esilio e alla miseria forte di quell’amore silenzioso e fedele “Ahimè, ahimè, quanto cammino col tuo nome nell’anima, col nome tuo sulle labbra!” nato da un gesto apparentemente insignificante ma di grande valore “E perché tanta angoscia hai diviso? – Perché un dì… nella reggia, mi hai sorriso“, sarà maestra in quel luogo dove troppo a lungo ha prevalso il dolore e la morte (“Tutto andava secondo
l’antichissima regola del mondo. Poi nacque Turandot… E sono anni che le nostre feste si riducono a gioie come queste: tre battute di gong…tre indovinelli, e giù teste!
” dicono sconsolati i tre ministri Ping Pang e Pong) di una forza nuova, creatrice, potente capace di sovvertire quelle tragiche regole di un gioco al massacro voluto da Turandot.

Eccellente invece il cast che, sostenuto da un ottimo direttore come il giovane Jacopo Sipari di Pescasseroli che ha guidato con precisione e passione la sempre brava Orchestra del Festival Puccini, ci ha dato la gioia di ascoltare una bellissima Turandot da ricordare.

Quasi inutile parlare delle performance del coreano Rudy Park, una presenza sempre gradita al Festival: potente, appassionata, travolgente la sua voce (oltre al suo fisico) danno al personaggio del Principe Ignoto una tridimensionalità eccezionale pennellandolo come meglio non si potrebbe. È ormai per antonomasia il Calaf e ci siamo meravigliati come, nonostante lo scrosciare di applausi, non sia stato richiesto il bis del Nessun dorma. In realtà non c’era cosa che non avremmo riascoltato volentieri, ricco com’era di quel pathos quasi da attore.

Una grande Turandot si è rivelata la slovena Rebeka Lokar: bella la voce, pulita e potente ma anche dolcissima e struggente in quei passaggi nei quali da algida padrona del destino degli uomini si trasforma in figlia impaurita e da promessa sposa disorientata da quell’affollarsi in lei di sentimenti contrastanti; una superba interpretazione che ha trovato ampio riscontro nei generosi applausi del pubblico e che non ha fatto rimpiangere altre grandi interpreti che negli anni passati hanno calcato questo palcoscenico.

Buona la prova di Francesca Cappelletti, “figlia” dell’Accademia di alto perfezionamento della Fondazione Festival Pucciniano che a Torre del Lago ha debuttato nel 2014 con una doppia partecipazione al Trittico in Suor Angelica e Gianni Schicchi. La sua Liù è stata apprezzata dal pubblico che le ha riconosciuto il merito di aver dato al personaggio quel doppio passo che la caratterizza: umile e remissiva, ma anche decisa e potente nella sua consapevolezza di possedere qualcosa che la rende preziosa anche agli occhi di Turandot.

Certamente deve affinare ulteriormente il personaggio dal punto di vista vocale facendo più attenzione alle indicazioni di Puccini sui fiati da prendere, ma siamo certi che questo lavoro è nelle sue corde e non mancherà di regalarci nuove e ancor più suggestive interpretazioni.

Piacevole e complessivamente corretta la prova dei giovani tre Ministri: Ping, Mauro Buda, Pong, Tiziano Barontini e Pang, Ugo Tarquini, il primo forse meno convincente degli altri due che invece hanno mostrato buone doti vocali oltre che interpretative.

Sono personaggi fondamentali nell’impianto dell’opera e a loro sono affidate pagine di grande intensità miste ad altre dove l’ironia e il sarcasmo si fanno preponderantemente inquietanti per la loro capacità di sferzare vizi e limiti di una società di “servi”, consci di esserlo loro stessi. Nostalgia rimpianto di altre vite (stupendo nel secondo atto il loro ricordo dei luoghi lasciati “Ho una casa nell’Honan con il suo laghetto blu, tutto cinto di bambù. E sto qui a dissiparmi la mia vita, a stillarmi il cervel sui libri sacri… E potrei tornar laggiù presso il mio laghetto blu tutto cinto di bambù! // Ho foreste presso Tsiang che più belle non ce n’è, che non hanno ombra per me. Ho foreste che più belle non ce n’è! // Ho un giardino pressoKiù, che lasciai per venir qui e che non rivedrò mai più!“) si alterna a quel sarcasmo di cui parlavamo nei confronti della feroce Principessa, fino a quando, al richiamo della Corte, tornano a indossare i panni degli obbedienti servitori e tornano a recitare la loro pantomima.

Buona anche la prova di Ernesto Morillo che ha sostituito nel ruolo di Timur Marco Vinco: personaggio difficile se lo si toglie dai radicati cliché ma di grande interesse sia vocale che attoriale, Timur costituisce il legame di Calaf con il suo passato che forse vorrebbe dimenticare a vantaggio della nuova vita accanto a Turandot: legame pesante e per certi versi “ingombrante” poiché se il rispetto e l’amore paterno vorrebbero che gli fosse accanto nel suo esilio, quell’incontro ammaliatore con quella bellezza straordinaria gli impongono di abbandonarlo alla sua sorte che sarà ancora più dura dopo la morte di Liù.

Morillo riesce a nostro avviso a darci questa visione e la sua voce, pur non sempre perfetta, regala pagine di grande intensità che lo hanno avvicinato al pubblico che gli ha tributato meritati applausi.

Positivi anche Vladimir Reutov, nel ruolo dell’Imperatore Altoum, e Claudio Ottino in quello di un Mandarino. Qualche perplessità sul coro, specie nelle voci femminili, non sempre all’altezza delle performance cui ci ha abituato mente un indiscusso plauso a quello delle voci bianche diretto da Viviana Apicella.

 

Stefano Mecenate

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