TORRE DEL LAGO (LU) – 61° FESTIVAL PUCCINIANO: UNA BELLA BUTTERFLY FA DIMENTICARE I MOMENTI DIFFICILI DI QUESTA EDIZIONE DEL FESTIVAL.

Turandot

 

 

Torna a splendere il sole sulla 61° Festival Pucciniano dopo le “burrasche” degli ultimi giorni che hanno visto prima l’incresciosa debacle di Fabio Armiliato in una Tosca che decisamente stenta a decollare, e poi l’incidente al tenore Marco Voleri per fortuna conclusosi senza gravissime conseguenze.

In una serata speciale, davanti a quel lago che l’ha vista nascere, ha preso felicemente il volo la seconda replica di Madama Butterfly. È forse l’opera che è più vicina a Giacomo Puccini e non solo per le vicende a lui legate in concomitanza della genesi dell’opera: quella fragile farfalla racconta molto della vita del compositore e della sua complessa personalità e per questo ne è stato sempre affettuoso e geloso custode.

Complici sicuramente coloro che gli erano a fianco in questa laboriosa ricerca di un linguaggio nuovo e tradizionale al contempo, se, come ci dice Adami librettista, amico e biografo di Puccini in occasione delle prove: «Le prove si erano svolte in un’atmosfera di entusiasmo e commozione: piangevano Giacosa ed Illica, appartati in poltrone di platea. Gatti–Casazza, allora direttore della Scala, scantonava per non far vedere gli occhi lustri. Giulio e Tito Ricordi, che curavano l’allestimento scenico, sui bozzetti di Jusseaume di Parigi, si sentivano nelle scene culminanti stringere il cuore, cullati dalle dolci melodie pucciniane. Rosina Storchio, la grandissima protagonista dalla squisita sensibilità, unica nel mondo lirico, diceva le poetiche frasi col singhiozzo nella voce. E Giacomo andava e veniva dal palcoscenico in platea scrutando ora l’uno ora l’altro e al vederne la celata e confidente emozione gli si allargava l’anima nella certezza di stravincere».

E al “disastro” della prima scaligera, le profetiche parole di Giovanni Pascoli, presente alla prima, «Caro nostro e grande maestro, la farfallina volerà; /ha l’ali sparse di polvere/ con qualche goccia qua e là,/gocce di sangue, gocce di pianto./Ma volerà, volerà…» diventeranno anche quelle più dure e determinate di Puccini: «Un vero linciaggio, ma la mia Butterfly rimane qual è: l’opera più sentita e più suggestiva ch’io abbia concepito». E se al nipote Carlo Del Carlo ribadisce: «So d’aver fatto opera viva e sincera, e che risorgerà sicuramente», a Tito Ricordi scrive: «Niente paura, la Butterfly è viva e verde e presto risorgerà. Lo dico e lo sostengo con fede incrollabile. E sarà tra un paio di mesi. Non posso dirti dove, per ora. A giorni andrò a Torre del Lago. Ma questa mia ti consoli e ti distragga dalla momentanea disfatta mia. Sii allegro come lo è il tuo affezionatissimo Giacomo».

Questa 61° edizione del Festival Pucciniano gli ha reso degnamente omaggio con la riproposizione di un allestimenti presentato lo scorso anno che porta la firma, per scene costumi e regia di Renzo Giacchieri. Un allestimento solo apparentemente minimalista ma che esalta la vicenda allontanando elementi scenicamente d’effetto sicuramente, ma non necessari alla narrazione più che sufficientemente affidata, anche grazie ad una accurata e ponderata regia, ai protagonisti. Unico neo le luci, forse poco “usate” nel supporto alle suggestioni e alle emozioni della vicenda: troppo statiche, talvolta troppo luminose sembravano solo illuminare e non disegnare la storia.

Decisamente interessante la lettura di quest’opera troppo spesso raccontata in modo troppo manicheo: i buoni da una parte, i cattivi dall’altra. Come ha giustamente sottolineato Leonardo Caimi, un ottimo Pinkerton, «Puccini non è avvezzo a queste posizioni così determinate: i suoi personaggi sono “normali”, ovvero prototipi medi della sua società (che spesso è affine anche alla nostra) che ragionano e agiscono come normalmente farebbe chiunque. È l’incontro con l’eccezionale che determina il break point, un corto circuito spesso irreversibile che muta per sempre questa normalità. Pinkerton non è da meno: è un giovane venticinquenne che viene da un Occidente arrogante e potente che ritiene “inferiori” tutti gli altri popoli; giunge in un Giappone avvezzo a questi matrimoni a scadenza e alla professione delle gheishe (“Eppure senza millanteria conobbi la ricchezza. – dice Butterfly a Sharpless – Ma il turbine rovescia le querce più robuste e abbiam fatto la ghesha per sostentarci. Non lo nascondo, né m’adonto. – e al suo ridere – Ridete? Perché?… Cose del mondo“). Come altri suoi colleghi si adatta a quegli usi senza sentirsi colpevole (“La comperai per novecento novantanove anni, con facoltà, ogni mese, di rescindere i patti. Sono in questo paese elastici del par, case e contratti“) e vive con spontaneità e legittima leggerezza un amore che non percepisce essere dall’altra parte invece vissuto in modo assoluto nonostante il saggio Console Sharpless lo avesse messo in guardia (“Certo quando è sincero l’amor parla così. Sarebbe gran peccato le lievi ali strappar e desolar forse un credulo cuor. Quella divina mite vocina non dovrebbe dar note di dolor“). Come si fa a giudicare male un ragazzo che ha la possibilità di vivere una bella avventura? (“Console mio garbato, quetatevi! Si sa, la vostra età è di flebile umor. Non c’è gran male s’io vo’ quell’ale drizzar ai dolci voli dell’amor!“)».

Lettura interessante e sotto molti punti di vista condivisibile che suggerisce un’ottica diversa per tutti i personaggi come infatti la regia di Giacchieri ci mostra. Così Goro, il sensale, è un astuto ma onesto professionista e non un “verme” e allorquando Pinkerton se ne torna in America lasciando da sola Cio Cio San, si preoccupa di una sua ulteriore ricollocazione, peraltro destinandola ad un ricco magnate (“Il ricco Yamadori. Ella è povera in canna. I suoi parenti l’han tutti rinnegata” dice preoccupato a Sharpless). E Pinkerton, al suo ritorno, è davvero costernato per come la ragazza ha interpretato il loro “contratto” e, se vigliaccamente si allontana per non affrontarla è solo perché non ha strumenti per lenire il dolore di lei (“Oh! l’amara fragranza di questi fiori velenosa al cor mi va. Immutata è la stanza dei nostri amori… ma un gel di morte vi sta. Il mio ritratto… Tre anni son passati e noverati ella n’ha i giorni e l’ore. Non posso rimaner; Sharpless, vi aspetto per via. Datele voi… qualche soccorso… Mi struggo dal rimorso“).

E pungolato da Sharpless (“Non ve l’avevo detto?“), risponde profondamente consapevole della tragedia che ha inconsapevolmente creato (“Sì, tutto in un istante, vedo il mio fallo e sento che di questo tormento tregua mai non avrò!“).

 

Persino il “borioso” Jamadori, risulta più “simpatico”: in fondo la sua richiesta nei confronti di Butterfly è onesta e credibile (“Le ho sposate tutte quante e il divorzio mi francò – dice a Cio Cio San e poi riprende – A voi però giurerei fede costante“).

Insomma, come ci ha detto Caimi, l’eccezione a quella normalità è proprio la quindicenne Ciò Cio San, ovvero madama Butterfly. Per lei quel matrimonio non è solo un riscatto dal suo precedente ruolo servile, ma l’occasione per una nuova vita fatta di altri valori e di altre prospettive (“Ieri sono salita tutta sola in secreto alla missione. Colla nuova mia vita posso adottare nuova religione. Io seguo il mio destino e piena d’umiltà al dio del signor Pinkerton m’inchino. È mio destino. Nella stessa chiesetta in ginocchio con voi pregherò lo stesso dio. E per farvi contento potrò quasi obliar la gente mia. Amore mio!“). Determinata e cocciuta, non vuol vedere, né forse può prigioniera delle sue certezze e delle sue illusioni, la realtà qual’è dopo la partenza di Pinkerton (“Perché dispone che il Console provveda alla pigione, rispondi, su! – dice sprezzante alla fedele Suzuki – Perché con tante cure la casa rifornì di serrature, s’ei non volesse ritornar mai più?“). E quando, timidamente, la saggia Suzuki le dice: “Mai non s’è udito di straniero marito che sia tornato al nido“, ella risponde categorica: “Taci, o t’uccido. Quell’ultima mattina: tornerete signor? gli domandai. Egli, col cuore grosso, per celarmi la pena sorridendo rispose: «O Butterfly, piccina mogliettina, tornerò colle rose alla stagion serena, quando fa la nidiata il pettirosso» E tornerà“.

Povera Butterfly! Quando la realtà le piomberà addosso come un macigno (“Ah! è sua moglie! Tutto è morto per me! Tutto è finito!“), non le resterà che una cosa, la stessa che ha fatto sì che il padre decidesse per l’estremo sacrificio (“Con onor muore chi non può serbar vita con onore“). Quell’onore che un Occidente distratto e superficiale le ha negato lo ritroverà in quella giapponesità dalla quale aveva tentato di fuggire, richiudendo un cerchio segnato da una crudele maledizione dello zio Bonzo (“Ci hai rinnegato e noi ti rinneghiamo!“) e da tante parole pronunciate, forse, con troppa superficialità (“Via dall’anima in pena l’angoscia paurosa. Guarda: è notte serena! Guarda: dorme ogni cosa!“).

Tutto questo ci è stato offerto da un cast che ha dominato la scena conquistandosi meritati applausi a più riprese durante la rappresentazione prima della passerella finale dove ognuno è stato omaggiato da un tributo di applausi e saluti davvero appassionati.

Qualche perplessità per Goro, Salvatore D’Agata, un po’ legnoso anche se scenicamente piacevole e coerente con lo spirito dell’opera. Bella la prova della mezzosoprano riminese Laura Brioli, una Suzuki intensa e drammatica; in buona giornata Alberto Mastromarino che ci ha abituato al suo Sharpless imponente sia fisicamente che vocalmente, padrone del personaggio e della scena, equilibrato ed efficace. Più che buona la performance di Leonardo Caimi, un avvenente giovane Pinkerton capace di mostrare tutti i registri dell’animo del personaggio sia con la voce che con la recitazione, appassionato e appassionante senza mai eccedere. Grande anche la prova di Silvana Froli che si trova a interpretare il ruolo di Butterfly dopo Donata D’Annunzio Lombardi senza farcela rimpiangere. Ogni sfumature del personaggio è stato da lei studiato e fatto proprio così che interpretazione e voce hanno creato un unicum suggestivo che ha conquistato il pubblico.

Merito di queste performance va dato anche al direttore d’orchestra, il giovane Francesco Ivan Ciampa, allievo del grande M° Daniel Oren: se ancora non ha del suo maestro il “tocco” che emoziona, ne ha certamente colto l’importanza della capacità di lettura oltre le note dello spartito, il rispetto dei tempi e quell’equilibrio sempre difficile che crea un impasto pregevole e avvincente. Con lui l’orchestra del Festival Puccini, nonostante un tempo decisamente inclemente per gli strumenti visto l’alto tasso di umidità, ha regalato delle sonorità che certamente saranno piaciute al Maestro Lucchese che, abbandonato il suo giaciglio in villa, magari si sarà affacciato ad una delle finestre per godersi la sua musica, così come aveva chiesto, prima della morte, all’amico Gioacchino Forzano: «… Io vado sempre qui davanti e poi con la barca vado a cacciare i beccaccini … Ma una volta vorrei andare qui davanti ad ascoltare una mia opera all’aperto…»

La stagione continua: Madama Buttrfly sarà ancora sul palcoscenico del Gran Teatro di Torre del Lago il 29 agosto. Per Tosca, salvo imprevisti. la data è del  30 agosto. Da non perdere il 28 agosto una Turandot che viene dal Teatro dell’Opera Nazionale Cinese .

 

Stefano Mecenate

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