La Turandot di… Bertini

Turandot

Un successo totale, indiscutibile, assoluto: questo il giudizio del pubblico del teatro Giacomo Puccini di Torre del Lago nei confronti del ritorno, un anno dopo, della Turandot nell’allestimento che vede regia, scene e costumi affidate a Angelo Bertini.

Un successo che si sentiva crescere scena dopo scena, che riempiva il teatro trasferendosi agli artisti sul palco che, coinvolti, sembravano dare sempre di più, sempre meglio, sempre con un entusiasmo crescente.

È stata una delle rare serate “speciali” nelle quali, per una inattesa alchimia, tutto concorre a fare di una semplice rappresentazione un momento indimenticabile.

Nessuno escluso, ognuno degli artisti sul palco ha contribuito alla resa dello spettacolo, al suo successo e a quel delirio di pubblico che ha sottolineato diversi momenti anche meno famosi con caldi e affettuosi applausi che si sono aggiunti a quelli, comprensibili, delle pagine più famose e apprezzate.

Rivedendo quelle scene un anno dopo, mi ha colpito la freschezza e la potenza di quelle immagini che Bertini ci ha proposto trasportandoci in quel mondo di fiaba dove anche i momenti più dolorosi o crudeli non sono mai raccontati con compiacimenti pulp o immagini troppo violente. Il retino del fiabesco ammorbidisce ogni cosa, filtrando le cose più grevi e restituendo i significati occulti o comunque simbolici che questa storia che Puccini lesse da Gozzi contiene e racconta se le si offre l’opportunità di farlo.

Credo che si tratti di una delle più attente e approfondite letture della vicenda e conseguentemente del libretto, fedele e al contempo innovativa, priva di retoriche e ricca di spunti che ancora ben si adattano alla nostra disincantata società. Unico neo, ma ovviamente assolutamente soggettivo, la mancanza nel finale del vecchio Timur, il padre del “principe ignoto”. Manca a quel momento gioioso che vede non solo il figlio vivo e sposo della Principessa di gelo, ma la vittoria contro la paura di amare, la paura dell’altro (in questo caso un uomo, il maschio) visto come fonte di pericolo e di dolore, la paura di abbandonarsi ai sentimenti e di viverli rischiando pure che questi possano farci del male. Una vittoria che servirebbe molto anche oggi, in questa società ancora piena di pregiudizi e diffidenze, capace di uccidere anziché dialogare e conoscere per capire.

Ad impreziosire questo allestimento, i costumi della Sartoria Cerratelli, veri gioielli di artigianato sartoriale che conferiscono a protagonisti e comprimari una regalità degna del contesto scenografico.

Una ottima direzione dell’orchestra del Festival del Maestro Bruno Nicoli ha dato quella fluidità e quella importanza ad una partitura complessa e suggestiva, incompiuto estremo sforzo creativo di un Puccini alla ricerca di nuovi linguaggi che, senza rinnegare il passato, fornisse ulteriori elementi alle sue opere. Ne hanno beneficiato per primi gli interpreti che hanno potuto esprimere al meglio le loro potenzialità vocali, regalandoci momenti di grande emozione e creando quel clima di massima tensione necessaria a condividere la storia.

 

Difficile utilizzare aggettivi “semplici” quando sul palcoscenico ci sono voci del calibro di Giovanna Casolla, una Tosca per antonomasia con le sue oltre 560 recite, ma anche una grandissima Turandot che canta ormai da vent’anni calcando i teatri di tutto il mondo. «Turandot mi ha dato molte soddisfazioni: nel 1998 sono stata chiamata a Pechino per farla con il maestro Mehta, nella Città Proibita; nel 2008 c’è stata l’altra importante produzione a Pechino proprio con il Festival Pucciniano: era il centocinquantesimo anniversario della nascita del Maestro Puccini. Con quella produzione venne inaugurato il New National Theatre e per la prima volta venne eseguito il finale scritto da Hao Weiya. Un’altra data importante è il 1999 a Barcellona, quando venne fatta Turandot per la riapertura del Liceu dopo l’incendio del ’94…»

E anche quest’anno non ha mancato di ammaliare il pubblico: maestosa, austera e regale ha dato alla Principessa di gelo un’anima forte e delicata e la sua voce ne è stato lo specchio fedele. Inutile dire la pioggia di applausi che, dopo averla seguita durante tutta l’opera, si è riversata su di lei al termine quando il palcoscenico si è acceso con le luci della ribalta.

Altrettanto eccellente il tenore coreano Rudy Park che proprio con Calaf debutta in Italia nel 2008 e per lo stesso personaggio ha ricevuto, nel 2014, l’importante riconoscimento del Wilde Awards Best Performance alla Michigan Opera Theatre. Una serata di quelle in cui tutto è possibile e durante la quale offre il meglio di sé pennellando il personaggio in tutte le sue sfumature fino a giungere al fatidico momento del “Nessun dorma” per regalarci una perfomance grandiosa che ha immediatamente fatto richiedere un “bis” subito dato con altrettanta passione. Potente, credibile, scenicamente imponente, attentissimo a dare del personaggio le diverse espressioni, ha fatto degna pariglia alla Casolla conquistandosi subito il pubblico.

Anche Alida Berti non è stata da meno con la sua Liù: una bella vocalità ha sostenuto una drammaturgia davvero commovente dove ogni gesto è stato pesato e porto con grande rispetto e altrettanto amore facendo sì che l’emozione si facesse in certi momenti così tangibile da generare un silenzio irreale rotto da un grande applauso liberatorio.

Al regista, Angelo Bertini, chiediamo la sua lettura delle due protagoniste femminili, “diversamente donne”: «Ho molto riflettuto sul personaggio di Turandot così lontano, in apparenza, dalle altre eroine pucciniane e in particolare sul suo “troppo rapido sgelamento”. Ho quindi azzardato, istintivamente, disseminando delle anticipazioni che rendessero più accettabile il viraggio di Turandot: ad ogni risoluzione degli enigmi lentamente si apre la gabbia dorata (da lei stessa voluta e subita chiusa sul “Mai nessun m’avrà”); sulla risoluzione del terzo enigma Turandot si priva del mantello – corazza che la avvolge – ed inizia a essere vestita di bianco a significare liberazione e purezza; il velo – diaframma con cui appare nel terzo atto – viene tolto da lei stessa sul “Principessa è l’amore” da lei ripetuto come propria rivelazione. Sul senso delle due vesti bianche di Turandot e di Liù c’è questa sottile indicazione di un possibile trasfondere dell’anima di Liù in quella della Principessa (e se non quella almeno il significato profondo dell’amore con tutto ciò che comporta) e del funerale di Liù all’interno della tomba dell’ava Lou Ling, omaggio ad un sacrificio così grande che Turandot pur non comprendendolo, rispetta e ammira.

Ma non meno bravi sono stati i tre Mandarini, Ping Pang e Pong rispettivamente Niccolò Ayroldi, Gregory Bonfatti e Orfeo Zanetti; i tre “ministri del boia” sono obbedienti marionette per tutta la durata dell’opera ad esclusione del momento delle nostalgie nella prima parte del secondo atto e di quello nel quale, la morte di Liù li coglie impreparati. Il perché di questa scelta scenico-registica la chiediamo ancora una volta a Bertini: «Tutta l’opera è giocata sul dualismo: un eterno contrasto tra segni opposti: tramonto-alba; notte-giorno, vita-morte, bene-male; si tratta però di un dualismo che si manifesta essenzialmente nel carattere dei personaggi, ben delineati, senza sfumature psicologiche, dal carattere prettamente antirealistico come è necessario che sia in un racconto favolistico e come si andava delineando nel gusto mitteleuropeo da cui Puccini trasse ispirazione.

La rigidità del Puppenspiel l’ho individuata proprio nel carattere delle tre maschere che eseguono gli ordini di Turandot con una ripetitività ciclica che non lascia spazio al libero pensiero se non nel momento onirico e liberatorio di “Ho una casa nell’Honan” nella prima parte del secondo atto. Anche l’intera corte è costretta in una sorta di automatismo a perpetuare da sempre e meccanicamente il rito imposto; così ho riflettuto anche sulla necessità di attribuire al popolo movimenti standardizzati che avevano l’intenzione di richiamare le masse lavoratrici di Metropolis di Fritz Lang. Seguendo questa idea, la reggia l’ho pensata come un grande marchingegno: una sorta di carillon tanto prezioso quanto mortale: è sufficiente battere il gong perché il gioco meccanico abbia inizio».

È doveroso ricordare anche gli altri interpreti di questa prima serata di Turandot: Timur interpretato dall’inossidabile Luigi Roni, Altoum, Marco Voleri, un Mandarino Claudio Ottimo, Prima Ancella Francesca Borrella, Seconda Ancella Sofia Nagast e colui che ha contribuito con il disegno delle luci, alla suggestione della storia, Valerio Alfieri.

Turandot ritornerà sul palco del Gran teatro Puccini venerdì 7 agosto con l’unica sostituzione di Rudy Park con Rubens Pellizzari (che ha avuto un grande successo nella TURANDOT di Firenze del novembre 2012 diretto dal M° Zubin Mehta) che sarà protagonista anche della serata del 16 agosto.

 

Stefano Mecenate

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