
Con il saggio di Alessandro Di Fiore Democrazia tra relativismo e oggettivismo, edito da Armando Editore, l’autore firma un’opera di forte impatto filosofico-giuridico, capace di smontare con lucidità i dogmi dell’assolutezza dei valori per restituire alla democrazia la sua natura di spazio aperto, dialettico e mai irreversibile. Il testo si distingue per la capacità di legare la speculazione teorica alla “manutenzione” pratica delle nostre istituzioni. In questa intervista, partendo proprio dalle tesi del volume, abbiamo approfondito i risvolti più concreti e strutturali della crisi democratica odierna, dialogando sugli squilibri economici che minacciano l’uguaglianza, sulle tensioni decisionali tra i diversi livelli di governo e sulle insidie dell’astensionismo e della legiferazione d’urgenza.
Nelle regioni di confine e a forte vocazione industriale, il benessere economico e la stabilità sociale sono storicamente legati. Dal punto di vista teorico, ritiene che le crescenti disuguaglianze economiche globali stiano svuotando il concetto stesso di uguaglianza politica tra i cittadini, rendendo la democrazia un lusso per pochi?
Premetto col dire che, secondo la mia impostazione, la democrazia non deve appropriarsi di nessuna politica economica, purché però garantisca se stessa, ossia, tra l’altro, i diritti sociali funzionali alla liberazione dal bisogno, e la libertà d’informazione e il pluralismo nelle fonti d’informazione. Queste sono componenti costitutive della democrazia, perché poste in rapporto strumentale rispetto all’effettività della sovranità popolare. La concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi costituisce un rischio per la democrazia perché può intaccare negativamente le sue componenti costitutive di cui ho detto. La democrazia ha i mezzi per tutelarsi da queste minacce: penso alle politiche antimonopolistiche e di redistribuzione del reddito. Realizzata questa tutela, però, la democrazia deve fermarsi e lasciare spazio alla politica. Provo a spiegarne il motivo. Il concetto di uguaglianza sostanziale si presta a molteplici interpretazioni: può essere intesa come meritocrazia, o come parità di posizioni di partenza, o come parità di posizioni d’arrivo. Si tratta d’interpretazioni incompatibili tra loro, sicché la democrazia sarebbe chiamata ad accoglierne talune e a respingerne altre. Ciò contribuisce a realizzare una sorta di “totalitarismo economico”, nel senso che un dato ideale, assorbito nel concetto di democrazia, si smarcherebbe dal dibattito politico. Viceversa, le politiche economico-sociali costituiscono uno dei più significativi temi posti all’ordine del giorno da uno Stato democratico. Insomma, una volta tutelate le componenti democratiche che ho prima descritto, è preferibile che sia l’esercizio dei diritti politici lo strumento delle rivendicazioni contro le stratificazioni sociali, e non sia l’assenza di stratificazioni lo strumento d’effettività dei diritti politici.
Il federalismo e il decentramento su più livelli di governo (locale, statale, federale) sono pilastri della stabilità in contesti come quello tedesco, ma lei nel libro accenna al rischio di “rimpallo di responsabilità”. Come si bilancia la vicinanza al cittadino con l’efficienza decisionale in un sistema democratico complesso?
Il bilanciamento di cui Lei parla deve realizzarsi, a mio avviso, prevalentemente a livello costituzionale. Non può tollerarsi opacità e ambiguità nell’attribuzione costituzionale di funzioni e competenze tra più livelli di governo. Capisco che è inevitabile la permanenza di più o meno estese zone d’ombra, sulle quali è chiamato a fare chiarezza il giudice delle leggi. Occorre poi realizzare meccanismi di cooperazione tra i vari livelli di governo, come la Bundestrat tedesca o la Conferenza Stato-regioni in Italia. Ancora: occorre difendere un’autonomia fiscale che costringa gli amministratori locali a rispondere direttamente ai propri elettori delle proprie decisioni politiche. In ultimo, occorre prevedere un potere sostitutivo in cui il livello più alto di governo abbia il potere di sostituirsi al livello più basso in caso di gravi inadempienze di quest’ultimo.
Il suo libro analizza approfonditamente lo “Stato di diritto” attraverso il primato della legge e la certezza del diritto. Nel definire questa componente “strutturale”, quanto ha influito sul suo pensiero il confronto tra il modello costituzionale italiano e quello di matrice tedesca o mitteleuropea?
Ha influito molto. D’altra parte, i due modelli presentano forti analogie tra loro. Mi riferisco in particolare al principio di legalità e al principio della certezza del diritto, principi ai quali dedico diverse pagine nel mio libro. Infatti, secondo la mia impostazione “tridimensionale”, lo Stato di diritto costituisce una delle componenti strutturali della democrazia, accanto al Costituzionalismo e al pluralismo politico e sociale. La maggiore differenza tra i due sistemi è data, a mio avviso, dalla circostanza che il modello tedesco, a differenza di quello italiano, prevede il ricorso costituzionale diretto, in virtù del quale qualsiasi cittadino può ricorrere direttamente al Tribunale Costituzionale in difesa dei suoi diritti contro un atto pubblico.
A proposito del raffronto tra i due modelli di democrazia, la mia impostazione relativista, se stride con la clausola d’immodificabilità della forma repubblicana di cui all’art. 139 della nostra Costituzione, stride ancor più con la “clausola di eternità” sancita dall’art. 79 della Costituzione tedesca, in quanto quest’ultimo copre uno spazio più esteso di quello coperto dall’art. 139. Il testo costituzionale più vicino alla teoria da me esposta è l’art. 168 della Costituzione spagnola, che non prevede alcuna ipotesi di immodificabilità assoluta.
Nel quinto capitolo lei affronta i fattori ostacolanti come l’astensionismo, distinguendo tra quello sistematico e quello intermittente, e legandolo alla povertà educativa ed economica. Quali dati o tendenze recenti l’hanno maggiormente sorpresa durante la fase di ricerca su questa specifica “zona grigia”?
I dati dell’ISTAT e dei principali istituti di ricerca europei ci dicono che il tasso di astensione supera ampiamente il 60% tra i cittadini che abbiano frequentato la sola scuola dell’obbligo. Invece, tra i laureati la partecipazione al voto si aggira sul 75%. Inoltre, nei quartieri periferici e ad alto tasso di disoccupazione la partecipazione al voto crolla sotto il 40%. Viceversa, nei quartier ad alto o medio reddito l’affluenza alle urne è superiore al 70%.
Lei esprime una netta preferenza per i sistemi di civil law rispetto alla common law, sostenendo che la laboriosità legislativa e il coinvolgimento di organi collegiali garantiscano una maggiore ponderazione degli interessi. Qual è il messaggio forte (output) che il suo libro vuole lanciare ai legislatori contemporanei, spesso tentati da decretazioni d’urgenza o scorciatoie esecutive?
Appunto, come dice Lei: si tratta di mere scorciatoie. E le scorciatoie spesso sono pericolose. Infatti la decretazione d’urgenza, se non giustificata da reali situazioni di necessità e urgenza, conduce a realizzare un quadro normativo fortemente instabile. E l’instabilità disorienta i cittadini, spaventa i mercati e paralizza la pubblica amministrazione. Non solo: una società complessa come la nostra esige il vaglio di molteplici interessi. Se nel corso dell’iter legislativo si salta completamente il confronto con le diverse categorie di cittadini destinatari della normativa, si rischia di intervenire nuovamente in futuro per modificare in continuazione il quadro normativo, rendendolo sempre più precario e instabile. Le società complesse, invece, richiedono decisioni ponderate che richiedono tempo e il coinvolgimento di una pluralità di competenze. La decretazione d’urgenza solo apparentemente risponde in modo tempestivo ai bisogni di una società in continua e rapida evoluzione. In realtà crea sfiducia nei governanti, confusione, conflitto, incertezza giuridica, contenziosi giudiziari.
Elisa Cutullè
