
L’arte può essere al servizio della legalità e della giustizia? In Criminosa Pigmenta. Bottega d’arte forense, Elena Pagani dimostra che la risposta è un sì categorico. Creare opere pittoriche e affrontare verifiche tecniche peritali attinenti alla scena del crimine non è solo un esercizio estetico, ma uno strumento per arrestare ladri, stupratori e assassini. Nota in tutto il mondo per la sua capacità di fare da ponte tra l’arte e la criminalistica, la Pagani traduce in segni grafici prove e testimonianze raccolte sul campo, individuando dettagli che spesso sfuggono anche alle tecnologie più sofisticate.
Elena Pagani, Maestro d’Arte a sedici anni e laureata a Brera a ventidue, è Disegnatore Accademico Forense della Polizia di Stato Italiana. Fa parte del team d’élite D.V.I. (Disaster Victims Identification) della Polizia Scientifica ed è Dirigente del Sindacato Autonomo di Polizia (SAP). Con questo saggio, edito da Oligo, apre le porte della sua bottega” per raccontare come la “regola d’arte” possa garantire la legalità.
In Criminosa Pigmenta lei ridefinisce radicalmente il ruolo dell’artista: non più autore di bellezza estetica, ma strumento di verità giudiziaria. Quando ha compreso che la sua arte avrebbe preso questa direzione?
Nell’attimo stesso che ho giurato fedeltà allo Stato Italiano, trentacinque anni fa, presso la Scuola Allievi Agenti di Peschiera del Garda. Era il 1992, l’anno delle stragi di Capaci e Via d’Amelio; ho intimamente accettato di onorare il sacrificio dei giudici Falcone e Borsellino e di Emanuela Loi. Lì ho capito che la mia formazione artistica avrebbe definito nuove verità tecniche e percorrenze investigative.
Lei descrive la necessità di diventare “fogli di carta bianca”. È un’immagine potentissima. Come si costruisce questa capacità di azzerarsi emotivamente?
Divenire “foglio di carta bianca” è indispensabile per l’affronto di ogni indagine grafica. Significa tacitare ogni mia necessità per mettermi a completa disposizione tecnica dell’indagine. È uno sforzo psicologico per diventare una superficie intonsa dove appuntare informazioni esplorative e dare visibilità a verità altrimenti incorporee o celate.
Nel libro parla di “avanguardia artistica” applicata all’investigazione. In che modo questa nuova frontiera ridefinisce il concetto stesso di arte contemporanea?
L’avanguardia, termine mutuato dal linguaggio militare, indica un reparto che apre il varco. Qui l’arte non è più fine a se stessa, ma diventa propedeutica alla risoluzione di casi di persone scomparse, latitanti o vittime di reati. È un approfondimento artistico-scientifico che trasforma il ricordo traumatizzato in un elaborato grafico attendibile e comparabile in sede di giudizio.
L’idea che le sue opere siano “invisibili e invendibili”, custodite in archivi giudiziari, modifica il rapporto tra artista e pubblico. Questo le pesa o le dà un senso più alto di missione?
Non mi rammarica affatto. Le mie opere appartengono unicamente allo Stato e al popolo italiano; sono di tutti senza essere di nessuno. Il fatto che siano conservate in fascicoli sigillati a garanzia di una perpetua verità mi rassicura e mi incentiva a proseguire.
Se dovesse sintetizzare l’essenza di Criminosa Pigmenta in una frase?
“L’opera d’arte percepita sulla scena del crimine è già disvelo di resa giustizia”.
Elisa Cutullè
