Raffaella alla volta dell’India

In india

E’ da poco uscito il terzo libro in tre anni di una autrice, Raffaella Milandri, che propone il suo particolare genere: i racconti dei suoi viaggi,
come detective dei diritti umani. Dopo i Pigmei e i Nativi Americani (Io e i Pigmei, Polaris, 2011, e La mia Tribù, Polaris 2013) è ora la volta degli Adivasi in Orissa, nel libro: In India. Cronache per veri viaggiatori (Ponte Sisto, 2014)
E’ un racconto estremamente coinvolgente e appassionante, a tratti ironico e divertente: mentre la Madame e l’autista sikh macinano chilometri sulle polverose strade indiane, intrecciano un insolito rapporto, che fa da sfondo a un viaggio avventuroso  e costellato di colpi di scena, da Delhi a Calcutta e alle foreste dell’Orissa.
La Milandri -scrittrice, fotografa e attivista per i diritti umani-viaggia in solitaria in remoti angoli di mondo per raccogliere prove e testimonianze di violazioni dei diritti umani dei popoli indigeni, quei popoli che, lontani dalla frenesia del mondo occidentale, ne sono spesso vittime.

Abbiamo incontrato Raffaella per  voi.

 

Inizi il tuo libro rispiegando perché viaggi in solitaria e non in compagnia: è corretto dire che, alla base, sta il desiderio di prendere coscienza di sé?
Il problema di base, per noi occidentali, è riuscire a spogliarsi di tutti i retaggi culturali, sociali e religiosi che ci portiamo dietro.
Quindi nel mio viaggiare da sola mi trovo fondamentalmente a lavorare su me stessa per avere la mente sgombra da qualsiasi pregiudizio,
mentre avendo accanto altre persone dovrei vedermela anche con le loro “turbe” da occidentali, che secondo me sono, per certi versi, più soggetti a condizionamenti di tanti
altri popoli. Quindi, alla base c’è il voler prendere coscienza non di sé, ma delle mie differenze culturali evitando che creino un abisso fra me e gli altri popoli.
Sei al tuo sesto viaggio in India e affermi che la trovi affascinante per tutte le sue sfaccettature. In questi sei viaggi, quale è la cosa più bella e più brutta che ti sia mai successa?

La cosa più bella indubbiamente è stata l’essere accettata in svariate situazioni che richiedono molta apertura mentale per un occidentale: dai matrimoni ai funerali, a cerimonie religiose e tante situazioni del quotidiano dell’India rurale e tradizionale. Rispettare profondamente gli altri ha fatto sì che io sia stata rispettata a mia volta.
La cosa più brutta: quando mi è capitato, in quanto straniera, ma solo in posti per turisti, di essere presa di mira per soldi, o per il fatto di essere donna. Credo fermamente che i flussi di visitatori occidentali
non “educati” creino dei preconcetti da parte di alcuni indiani, che tendono poi a vederti a priori come un estraneo irrispettoso.
Metti inevidenza come il viaggio in solitaria richieda, coraggio, autonomia  e capacità  di stare soli con se stessi. Ci puoi spiegare meglio il concetto?

La parola “magica” è autodisciplina, per varcare i propri limiti fisici e mentali. Mi perdonerai, ma torno ancora a parlare di “occidentale”.  Il nostro stile di vita ormai dà per scontato la routine, l’abitudinarietà, la sicurezza di sapere cosa sta per succedere e in ogni caso la voglia di controllo su tutto ciò
che ci circonda, arrogandoci spesso il privilegio di poter decidere di noi stessi e degli altri. Quindi, ci vuole decisamente autodisciplina per uscire da questa “ruota per criceti” che ci siamo costruiti attorno e che ruota su binari prevedibili. Il viaggio in solitaria richiede il coraggio di uscire dai soliti binari, e poi tanta autodisciplina ogni volta che ci si rende conto di quanti preconcetti ci condizionano, anche sulle piccole cose. Qualcuno mi chiede sui miei viaggi: ” ma come facevi a dormire per terra?” o “come hai fatto a mangiare serpenti?” o ” come hai fatto a lavarti i capelli nel deserto?”, etc etc . Se ci pensi bene, alla fine purtroppo sono le cose quotidiane che  sembrano straordinarie  ai più….
Paragoni il fascino dell’India la fascino di Roma: sono due realtà  completamente diverse. Come trovi le similitudini affascinanti?

Sono due realtà che non si finisce mai di esplorare, per le mille sfaccettature degli abitanti e della architettura. Di Roma, come dell’India, non ne avrò mai abbastanza….
Suggerisci di informarsi bene sul posto in cui si va per non trovarsi impreparati. Secondo te il turismo di massa ha in qualche modo, affievolito l’istinto di sopravvivenza dell’uomo?
Assolutamente sì. Si pretende di trovare tutto uguale ovunque si vada, senza dover affrontare l’imprevisto. Ci troviamo a visitare le grandi città, che ormai in ogni parte del mondo cominciano ad essere uguali alle altre
nelle catene di negozi, di ristoranti, di supermercati.  Ci sentiamo rassicurati di poter trovare la nostra marca di dentifricio preferita ovunque nel mondo. Alla base del turismo di massa c’è il consumismo.
Per evadere da questi meccanismi, occorre evadere dai luoghi turistici e tornare ad essere uomini, e dimenticare di essere consumatori. Altrimenti siamo prigionieri!
Cosa significa muoversi lontano dalle classiche rotte turistiche?
Ecco, significa quello che dicevo prima: andare dove la vita scorre al di fuori del consumismo. Dove non è tutto pronto e servito su un piatto d’argento, ma bisogna conquistarselo amalgamandosi fra la gente che vive in modo diverso. Ti faccio un esempio: ad Agra, super turistica, se vuoi bere da una noce di cocco, trovi banchetti predisposti con noci già tagliate e un costo

in rupie equivalente a 1 euro. Nella campagna dell’Orissa, trovi il ragazzo con un ramo d’albero di cocco che con il machete ti apre la noce. E in alcuni casi non chiede nemmeno soldi, è lieto di offrirtela. O costa l’equivalente di 5 centesimi di euro.
Nel libro hai anche aggiunto un mini glossario gastronomico. Che importanza ha il cibo?
Il cibo è essenziale di ogni cultura. Globalizzazione vuol dire anche mangiare le stesse cose ovunque ti trovi nel mondo. Ma il modo di mangiare di un popolo nasce da tradizioni antiche, e fa comprendere molte cose. La ricchezza di spezie nei piatti indiani, ad esempio, nasce dalla esigenza di “disinfettare” il cibo,

laddove spesso non ci sono frigoriferi e il clima è caldo e umido.

 

 

Elisa Cutullè

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