Un’opera dissonante che insegue la frammentazione dell’io

Mantenendo la coerenza visiva rigorosa e minimale dell'intera collana, la copertina punta sull'essenzialità e sull'uso di ampi spazi vuoti. Lo sfondo è un colore pieno e uniforme su una tonalità rosa confetto / rosa antico chiaro, che fa risaltare immediatamente i pochi elementi testuali e grafici.

Elementi Testuali (in alto a sinistra)
Il testo si concentra nell'angolo superiore sinistro, organizzato su due righe:

Autore: Il nome Fabrizio Miliucci è stampato in nero, utilizzando lo stesso carattere graziato, nitido ed elegante dei volumi precedenti.

Titolo: Subito sotto compare il titolo Genitivo. Per contrastare con lo sfondo rosa e differenziarsi dall'autore, la parola è scritta in bianco, mantenendo la stessa famiglia di caratteri.

Elementi Grafici
Il Simbolo Centrale (sulla destra): Nella parte centrale destra della copertina spicca la lettera greca mi minuscola (μ). In perfetta linea con lo stile della collana, il segno grafico ha un aspetto volutamente ruvido, granuloso e impreciso, come se fosse stato impresso con un timbro d'inchiostro o tracciato a mano libera su una superficie ruvida. Il colore riprende esattamente il bianco del titolo.

Il Logo (in basso al centro): Nella parte inferiore, perfettamente centrato, si trova il monogramma geometrico della casa editrice, composto in questo caso da piccoli blocchi accostati di colore nero e bianco.

 

 Fabrizio Miliucci in Genitivo, sua terza prova poetica, scorpora l’io sensoriale tramite un lavoro di destrutturazione e disgregamento tra la lingua pensata e quella semi-automatica, quasi fossero l’una il sembiante dell’altra, generando perciò una specie di poesia “involontaria”, ovvero poesia che si ricrea autonomamente nei punti di incontro tra volontà autoriale e quella ricercata necessità del non detto che nello svelarsi genera una catarsi, catarsi che qui prova a traumatizzare e al tempo stesso neutralizzare sulla pagina qualsivoglia codice emozionale. Procedendo così a strappi tra sistemi prosastici e cortocircuiti sintattici, volutamente in continua dissonanza tra loro, la lingua di Miliucci regala al lettore un libro conturbante, paradossalmente umanista e al contempo glaciale, giacché l’originalità di questo lavoro sta proprio in quella sua riprogrammazione sistemica di un discorso personale che prova a farsi civile sperimentando più la pratica della dissolvenza che l’edificazione di un sentimento.

 Fabrizio Miliucci (Latina, 1985) vive e lavora a Roma. Ha pubblicato Nuove poesie (Perrone, 2010) e Saggio sulla paura (Pietre Vive, 2022).

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