
Tokyo non cambia solo nello skyline o nei quartieri che si trasformano: cambia soprattutto nei rapporti tra le persone, nelle aspettative di vita, nei desideri che muovono individui e comunità. Nel numero Tokyo di The Passenger (Iperborea) , la metropoli giapponese viene letta come uno spazio di disallineamenti: tra uomini e donne, tra libertà fisica e vincoli sociali, tra aspirazioni individuali e sistemi economici che lasciano indietro intere generazioni.
A raccontare questo passaggio è Marco Agosta, giornalista ed editor, che nel progetto ha privilegiato voci capaci di osservare Tokyo dall’interno delle sue fratture: scrittori, sociologhe, artiste, testimoni diretti di una città in cui il desiderio diventa una forza strutturante del vivere quotidiano.
La nuova gerarchia sociale – La fine del salaryman e l’ascesa femminile stanno cambiando davvero il modus vivendi di Tokyo?
Il testo di Satō Yūya affronta questo tema in modo volutamente laterale e ironico. È il contributo più letterario del numero, pensato quasi come una pausa narrativa al centro della rivista. Attraverso un dialogo tragicomico tra due uomini che hanno perso il ruolo tradizionale di capofamiglia, il racconto mette in scena una trasformazione silenziosa: donne sempre più centrali nel lavoro, nella cultura e nella gestione economica, uomini che accettano un ruolo domestico senza però riuscire a liberarsi di una sensazione di sconfitta.
La “perdita di motivazione” non è trattata come una colpa individuale, ma come il risultato di un doppio tramonto: quello del patriarcato tradizionale e quello del modello economico che sosteneva il salaryman, entrato in crisi già negli anni Novanta. L’avanzamento femminile viene celebrato come progresso, ma l’amarezza maschile resta un sentimento quasi indicibile, perché socialmente scomodo. Satō lo racconta con ironia, evitando analisi rigide e scegliendo la forma dell’ambiguità emotiva.
Dinamiche degli host club – Perché molte donne sono disposte a indebitarsi per un affetto simulato?
Il mondo degli host club di Kabukichō è uno degli spazi dove il desiderio diventa merce esplicita. Al di là degli scandali mediatici, il numero affida l’analisi a una sociologa con esperienza diretta nel sex work, proprio per evitare semplificazioni moralistiche.
La dinamica è profondamente circolare e claustrofobica. Molte clienti provengono dallo stesso mondo notturno in cui lavorano: offrono compagnia per denaro e poi, uscite dal turno, cercano a loro volta una forma di attenzione acquistabile. Pagare un host diventa una rivalsa simbolica, la prova di poter esercitare potere e desiderio, anche solo per qualche ora.
L’indebitamento nasce quando questa esperienza smette di essere un piacere occasionale e diventa una dipendenza emotiva. Non è più chiaro se si lavori per vivere o si viva per potersi permettere quell’illusione di relazione. È un sistema che consuma lentamente chi vi entra, ma che resta difficile da decifrare dall’esterno, proprio perché mette in scena bisogni affettivi profondi.
Perché scegliere autori così diversi e lontani dal classico reportage di viaggio?
La varietà delle voci è una scelta strutturale. In Giappone non è semplice trovare autori abituati al reportage saggistico occidentale, e per questo il progetto ha privilegiato prospettive ibride: una sociologa come Akane con esperienza diretta nel sex work, uno scrittore di “realismo magico” come Satō Yūya, una mangaka come Torikai, accanto a testi più giornalistici.
L’obiettivo non è spiegare Tokyo, ma avvicinarsi alla sua complessità emotiva e culturale. Alternare stili e generi permette di restituire una città che non può essere contenuta in una sola voce.
Alta cultura e underground: una scelta deliberata?
Assolutamente sì. Tokyo vive di stratificazioni estreme. Geopolitica, economia e letteratura convivono con host club, Tōyoko kids, Keirin, manga e anime. Separare questi piani sarebbe artificiale.
In Giappone, più che altrove, l’identità individuale passa attraverso le passioni. Spesso, quando si incontra qualcuno, la domanda non è “che lavoro fai?” ma “che cosa ti appassiona?”. Raccontare questa varietà non serve a sottolineare quanto Tokyo sia “strana”, ma quanto sia curiosa, specializzata, capace di dare spazio a ogni desiderio.
Se dovesse scegliere una sola parola per definire Tokyo oltre i cliché?
La parola è desiderio.
Desiderio di affetto, di riconoscimento, di successo simbolico. Desiderio che muove il turismo, il soft power culturale, i rapporti negli host club e persino le frustrazioni di chi si sente rimasto indietro. In un’epoca di solitudini e connessioni mediate dagli schermi, Tokyo appare come un enorme dispositivo che produce, canalizza e consuma desiderio. Ed è forse da qui che bisogna partire per capire davvero come si vive oggi nella capitale giapponese.
Elisa Cutullè
Foto: Ginza di notte (Cyberghetto) – Copyright Lukasz Palka
