
Il libro di Paola Strocchio non è solo una riflessione sull’essere figlie: è anche un racconto di svolte, rotture, rinascite e scelte difficili. “Figlia di Merda” diventa così una dichiarazione di indipendenza, non tanto dai genitori, quanto dalle aspettative che essi – o noi stessi per loro – ci cuciamo addosso. Una narrazione che intreccia vita privata, crescita personale e il bisogno di autodeterminarsi.
Strocchio si racconta con una sincerità disarmante: donna, madre, figlia, lavoratrice, e soprattutto persona che ha dovuto affrontare scelte non sempre “benedette”. La sua storia è quella di molte donne contemporanee che si ritrovano sospese tra autonomia e dovere, tra affetto e senso di colpa.
Abbiamo parlato con Paola Strocchi del rapporto tra decisioni personali e aspettative familiari, osservando come cambiano nel tempo, come si trasmettono tra generazioni e quali forme di pressione – spesso silenziosa – possano assumere. L’autrice parla della propria separazione, delle paure legate a deludere i genitori e della complessità del ruolo femminile tra autonomia e senso del dovere.
Qual è stato il momento (o la decisione) nella sua vita in cui ha sentito di aver fatto il primo passo concreto per “lasciare la poltrona da presidente del club delle FDM” e smettere di elemosinare la benedizione di mamma e papà?
Ufficialmente ho lasciato quella poltrona, ma non credo di essere ancora fuori da quello che a volte mi pare un girone dantesco. È brutto vivere con la sensazione di disattendere perennemente le aspettative di chi ami tanto, in questo caso i miei genitori. Diciamo che la mia separazione, che risale ormai a parecchi anni fa, ha dato uno scossone non da poco. Sapevo che li avrei fatti soffrire molto, anche se loro conoscevano le ragioni che mi muovevano e le condividevano pure, ma ero talmente stanca di stare male che ho pensato che forse era arrivato il momento di pensare un pochino a me.
Spesso le aspettative genitoriali sono implicite o percepite. Secondo la sua esperienza, quanto è più dannosa un’aspettativa mai apertamente dichiarata rispetto a un obiettivo esplicitamente imposto?
Parlo ovviamente basandomi soltanto sulla mia esperienza personale. Se mi viene imposto un obiettivo in maniera esplicita, in maniera altrettanto esplicita posso trovare le forze di dire “no”, “non ci sto”. “Non è quello che voglio io”. Se invece l’aspettativa non è mai dichiarata apertamente, allora è più difficile contrastarla. I non detti fanno male anche in questo caso. E il senso di inadeguatezza lievita, inevitabilmente.
Nel suo “Manuale di sopravvivenza,” c’è un capitolo dedicato ai genitori di oggi e di ieri? Ritiene che la pressione sul ruolo di “figlia” sia cambiata per le generazioni più giovani, magari sostituita da nuove forme di controllo sociale (ad esempio, tramite i social media)?
Non c’è un capitolo che mette a confronto le mamme e i papà di oggi e quelli di un tempo. Diciamo che rifletto sul mio modo di essere genitore, che è decisamente diverso dal modello genitoriale con cui sono cresciuta io. Questo non significa che il mio sia migliore, che sia chiaro. Anzi. Credo che le aspettative siano più o meno le stesse, anche se contestualizzate in un tempo diverso rispetto a quello in cui sono stata ragazza io. I social – ammesso e non concesso che i figli non blocchino gli account dei genitori – permettono forse più controllo, almeno sulla carta, ma non sempre il controllo è una declinazione delle aspettative.
Il testo tocca la difficoltà di prendere decisioni senza l’approvazione genitoriale. Qual è, secondo lei, la decisione “non approvata” più comune che le figlie adulte faticano a gestire (cambiare lavoro, partner, luogo di residenza)?
Credo dipenda molto dai valori con cui sono cresciute e con cui si sono misurate, consapevolmente o meno. Io, per esempio, sono cresciuta in una famiglia molto unita e molto stabile, e sicuramente la “delusione” più grande, per loro, è che io, parecchi anni fa, abbia deciso di chiudere un matrimonio che stava in piedi solo per finta. Non tanto per una questione di forma o di apparenza, ma perché loro vedevano e vedono nel matrimonio un patto per la vita, un sostegno reciproco che deve andare avanti sempre e comunque. Avevano paura che io mi ritrovassi sola, che non ci fosse nessuno a occuparsi di me. Alla fine, paradossalmente, a modo loro volevano proteggermi da quella che loro vedono come una giungla in cui ai loro occhi sembravo troppo debole per sopravvivere.
Qual è stata la reazione dei suoi genitori al titolo e al contenuto del libro? Hanno riconosciuto, o frainteso, il messaggio di fondo del “Manuale”?
Sono molto riservati, quindi non credo abbiano apprezzato in modo particolare il mio slancio narrativo, anche se non me l’hanno detto in modo diretto. Mio papà mi ha detto che non avrei dovuto usare una parolaccia nel titolo. Io ho sorriso, e la questione si è chiusa così.
Elisa Cutullè
