
Oltre l’attività autoriale, che l’ha vista candidata a importanti riconoscimenti letterari (tra cui il Premio Strega per tre volte) , Elena Mearini (Milano, 1978) è la fondatrice, direttrice e docente della Piccola Accademia di Poesia (PAP) a Milano, un progetto che mira a rimettere in circolo la parola in un dialogo costante con le altre arti. Non a caso, anche la sua ultima raccolta poetica, Eri neve e ti sei sciolta (Re Nudo, con prefazione di Lello Voce), pur nata dal dolore per la perdita della cagnolina Maya, si eleva a una riflessione sul linguaggio e sulla capacità di trasformare il dolore in poesia. Il volume, disponibile dal 25 novembre sul sito dell’editore (www.renudo.org), è un esempio di come la parola, attraverso la sua pratica e discussione, possa diventare un “bene rifugio”. In questa conversazione, esploriamo la visione che ha dato vita all’Accademia, il suo posizionamento nel panorama italiano e come la pratica dell’ascolto e dell’ospitalità influenzi sia la didattica che la sua stessa voce poetica.
Come fondatrice della Piccola Accademia di Poesia (PAP) a Milano, con quale visione o esigenza hai dato vita a questo progetto e come ritieni che la PAP si posizioni nel panorama poetico contemporaneo italiano?
La genesi della Piccola Accademia è figlia di due istanze. La prima è la passione per la parola che nutro già da bambina. La seconda è la necessità di mettere in circolo la parola, metterla in discussione, quasi alla prova. Anche per questo il metodo interdisciplinare di Accademia prevede l’incontro fra poesia ed altre arti, affinché la voce del poeta si possa arricchire delle voci vicine (filosofica, artistica, cinematografica, musicale). Questo dialogo è la pulsazione delle nostre attività. La poesia è rivoluzionaria nel momento in cui crea una comunità. Il nostro scopo, oltre a quello didattico, è costruire uno spazio autentico, un bene rifugio, dove ciò che unisce è la pratica dell’ascolto.
Ritieni che ci sia una carenza di preparazione o di consapevolezza critica nel mondo della poesia attuale, e in che modo la tua Accademia cerca di colmare questo divario?
Mi ripeto dicendo che la pratica dell’ascolto può di certo favorire il pensiero critico di cui è carente tutto il panorama culturale italiano.
La tua attività di poeta e la tua attività di fondatrice/insegnante alla PAP si influenzano reciprocamente? Se sì, in che modo la condivisione e l’analisi della poesia con gli studenti hanno plasmato la tua voce autoriale?
Più che la mia voce autoriale, il lavoro in Accademia dialoga con il mio modo di sentire e accogliere l’altro mettendo sempre più in primo piano il concetto di ospitalità, fare spazio all’altro, al Tu e ridimensionare l’Io. Ovviamente questo aspetto ricade anche sulla voce poetica.
Elisa Cutullè
