Eternamente Monica: l’omaggio di Villerupt alla regina del cinema italiano

A quattro anni dalla sua scomparsa (3 novembre 1931 – 2 febbraio 2022), il Festival del Cinema Italiano di Villerupt celebra con devozione e acume critico Monica Vitti, icona assoluta di eleganza, ironia e modernità cinematografica.

Un percorso critico: il doppio sguardo di un’attrice rivoluzionaria

Diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica nel 1953, Monica Vitti ha compiuto nel cinema italiano un’operazione unica e irripetibile: smantellare dall’interno i codici della recitazione drammatica per poi rifondare il linguaggio della commedia. Attraverso la rassegna presentata a Villerupt, emerge nitido un tragitto espressivo che muove dal vuoto dell’incomunicabilità alla pluralità del riso emancipatorio.

  1. La tetralogia dell’assenza e il corpo modernista

Nella celebre stagione al fianco di Michelangelo Antonioni, Monica Vitti non è una semplice “musa”, ma il centro propulsore e formale dell’estetica dell’incomunicabilità.

  • L’avventura (1960): La scomparsa di un’attrice sulle isole Eolie diventa il pretesto per un’indagine esistenziale sull’assenza e sulla deriva sentimentale. Il volto della Vitti cattura lo smarrimento di un’epoca: la recitazione sottrattiva, fatta di pause, sguardi sfuggenti e silenzi, trasforma il personaggio di Claudia nello specchio della fragilità borghese.
  • L’eclisse (1962): Nel confronto con Alain Delon nella Roma frenetica del boom economico, la Vitti incarna l’impossibilità del contatto umano. Il film analizza la reificazione dei sentimenti, dove gli oggetti e le architetture speculative contano quanto i corpi, lasciando la protagonista sospesa in un’estetica del vuoto.
  • Il deserto rosso (1964): Primo capolavoro a colori di Antonioni, qui la nevrosi di Giuliana si fonde con il paesaggio industriale e alienante di Ravenna. La recitazione di Monica Vitti si fa materica: i toni cromatici e le nebbie tossiche diventano estensioni della sua mente tormentata, segnando un vertice assoluto della recitazione modernista europea.
  1. La svolta comica e il sovvertimento del genere

Con uno scarto di straordinaria versatilità, l’attrice ha successivamente rivoluzionato la commedia all’italiana – genere fino ad allora dominato in modo pressoché esclusivo da primedonne maschili come Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Marcello Mastroianni.

  • Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) (1970): Sotto la regia di Ettore Scola e accanto a Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini, la Vitti dà vita alla fioraia Adelaide. Scola decostruisce il melò popolare attraverso i toni grotteschi della cronaca nera. L’attrice bilancia con maestria la farsa e la tragedia plebea, donando una dignità dolorosa e irresistibile a un personaggio femminile vittima delle dinamiche di possesso.
  • Moi, la femme / Noi donne siamo fatte così (1971): Diretto da Dino Risi, questo film a episodi rappresenta un vero e proprio tour de force attoriale. Monica Vitti interpreta ben 12 ruoli differenti – dalla suora all’acrobata, dalla violoncellista alla sindacalista – abbattendo ogni stereotipo di genere. La sua mimica e la sua inconfondibile voce rauca diventano uno strumento di satira e di rivendicazione di libertà personale e sociale.
  1. La memoria e l’eredità
  • Dolce Vitti (Emmanuel Barnault, 2014): A completamento del percorso, il documentario di Barnault offre prezioso materiale d’archivio e autorevoli testimonianze (tra cui quelle di Ettore Scola e Claudia Cardinale). Il film ricostruisce la parabola di un’artista che, vincitrice di cinque David di Donatello e del Leone d’Oro alla carriera nel 1995, ha saputo unire l’avanguardia d’autore al grande cinema popolare, rimanendo un punto di riferimento di indipendenza e talento.

 

Elisa Cutullè

Foto: Monica Vitti. Courtesy of Festival de Villerupt

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