Incontro con Enzo D’Alò

 

Abbiamo incontrato il regista napoletano in occasione della presentazione del suo ultimo film d’animazione, Pinocchio, in occasione dell’ultima edizione Festival di Villerupt.

 

Di te dicono che sei regista, sceneggiatore e musicista, ma tu come ti senti?

Bene, direi che mi sento bene. Mi sento come una persona che deve raccontare delle storie. La regia, per me, non è tanto una cosa tecnica. È il modo di raccontare e di costruire, o, forse, direi che è più l’esigenza di raccontare. Raccontare una storia è, per me, un’esigenza quasi catartica: io metto molto di me stesso nei miei film e vederli in qualche modo poi finiti, sullo schermo, mi rassicura. Quindi forse è un processo egoista? Non lo so.

Il mio lato musicista cerco di usarlo il meno possibile nei film perché lavoro con musicisti professionisti molto più bravi di me. A volte utilizzo la mia parte “musicista” per aiutargli, per suggerirgli il modo migliore di entrare nel progetto e raccontarlo attraverso la musica. Quello che apprezzano i musicisti con cui ho lavorato e che, in un certo senso, li rassicura, è che io non voglio delle semplici musiche di commento  che servono da sottofondo e potrebbero venire considerate banali, bensì delle musiche che raccontino la stessa storia che sto raccontando io.

 

Quindi lo “score” che tu chiedi, non è un semplice score, ma una narrazione musicale nella narrazione del film?

Sì, esatto. Se partiamo dal presupposto che la storia, la scrittura, è il momento centrale di un film, tutto il resto ovvero le illustrazioni, le voci, la musica o i rumori  fanno parte dell’arredamento della storia. Direi che ogni artista e collaboratore deve mettersi a servizio del progetto. La musica non può essere concepita allo stesso modo come se fosse per un disco o uno spettacolo dal vivo: deve essere finalizzata al progetto in cui verrà integrata.

 

La tua passione musicale ti ha anche permesso di suonare, da giovane, degli strumenti. Suoni ancora?

Sì, ho suonato un po’ di tutto. Quando però ho iniziato a fare il cinema ho dovuto abbandonare i miei strumenti come il sassofono e il flauto traverso, che possono essere quelli più professionali. A volte li suono ancora. La musica però, a certi livelli, va fatta con una tecnica e uno studio lungo, almeno 4-5 ore al giorno di studio.. Quando si sospende per un paio di anni e poi si riprende il processo è quasi traumatico perché la testa pensa a delle cose che le dita non riescono più a fare. Ogni tanto mi rimetto a suonare, raggiungo un “livellino” che considero buono, per farmi piacere, poi mi devo fermare e la volta successiva ricomincia lo stesso processo. Il fatto è che ormai il cinema e la mia vita e sono cosciente che non riuscirò a studiare con costanza  4 ore al giorno per suonare uno strumento in maniera professionale. Mi adeguo e faccio quello che posso, e cioè suonare quell’oretta la sera. Suonare mi piace e mi rilassa molto. È un ottimo “strumento” per superare lo stress, la tensione che  uno accumula tutti i giorni quando lavora con diverse decine di persone. La musica diventa, in quel caso, un momento di concentrazione che mi rilassa molto.

 

Hai esordito al cinema con il film di animazione “Freccia Azzurra”. Noi vorremmo però chiederti di raccontarci qualcosa di un altro film che tu hai realizzato,  “Momo alla conquista del tempo”, realizzato da te, nel 2001 sul soggetto di Michae Ende. Come è nato questo progetto?

Quando si passa da un libro a un film c’è sempre bisogno di fare modifiche. Mastro Hora diceva, nel libro, delle cose stupende, è quasi esoterico. Ci sono alcuni passaggi che non ho potuto inserire nel film perché erano un’altra storia. Mi ricordo ancora un passaggio in cui Beppo, lo spazzino,  indica a Momo un graffito  in cui le dice  che erano loro due in un’altra vita. Sono passaggi forti in libri considerati per ragazzi. Michael Ende, in fin dei conti, non scriveva libri per ragazzi, scrive libri, come dovrebbero fare tutti gli scrittori. Mastro Hora era il personaggio che raccontava cose belle, concetti importanti però in film, Mastro Hora che parla per ore rischia di diventare noioso.  Allora ho inserito il personaggio del gallo e della civetta in modo che in tre riuscissero, ovviamente semplificando e riducendo il più possibile, a raccontare quei concetti che a me sembravano essere importanti per essere passati ai bambini.  Un bell’esempio di metafora relativa a Momo è il presidente dei signori grigi, perché i giornalisti, in sala Stampa, mi chiesero se io avevo voluto raccontare Berlusconi. Risposi ai giornalisti che il libro erano stato scritto da Ende oltre 20 anni prima e, all’epoca, in politica Berlusconi non esisteva. Il giorno dopo la conferenza stampa, mi trovavo ad Udine per presentare il libro ad un gruppo di bambini e un bambino piccolo, potrà aver avuto  4 anni , mi chiese “Ma perché il Maestro è così cattivo”. Mi piace raccontare questo episodio perché mi permette di descrivere il bello dell’animazione, perché l’animazione permette di metaforizzare le scenografie e, con ciò, permette  al pubblico di immedesimarsi nei personaggi e di trasferirli nel proprio mondo reale. Cosa che non può succedere con un film.

 

La musica di questo film è stata affidata a Gianna Nannini. Come mai questa scelta?

C’ una sola risposta: Momo. Gianna è una piccola grande  Momo. Mi piaceva molto il lavoro di Gianna Nannini e l’ho considerata la persona giusta per raccontare Momo. In infatti una riprova ne è il fatto che “Aria”  una delle canzoni per Momo, è stata un grande successo. Trovo che abbia scritto veramente una musica bellissima.

 

Michael Ende non ha potuto vedere la tua trasposizione in film d’animazione del suo romanzo perché è scomparso prima. Cosa ne avrebbe pensato?

Purtroppo lui era deceduto. Lui era ancora vivo quando unisci il film cinematografico su Momo. Io, però, ho lavorato a stresso contatto  con Roman Hocke che è stato definito da Ende il suo figlio spirituale, cioè come quello che avrebbe dovuto salvaguardare le sue opere. Roman  è stato un punto di riferimento costante e importante per me; conosceva Ende e  mi ha portato in Italia nei luoghi di Momo: l’antiteatro e altri luoghi di Momo che si trovano a Genzano, il paese in cui Ende trascorse gli ultimi anni della sua vita.

 

Hai  appena presentato il tuo film d’animazione, Pinocchio ora, dopo ben 12 anni da cui preparasti il trailer. Come mai questo grande lasso di tempo?

C’è voluto tanto tempo perché quando, nel 2001 stavamo per iniziare Roberto Benigni annunciò il suo. Con la RAI decidemmo che non era molto intelligente immettere sul mercato due film con lo stesso soggetto  nello stesso periodo. A quel punto abbiamo bloccato tutto e io ho lavorato ad altri progetti. La cosa interessante è che questo mi ha permesso di poter riflettere sulla sceneggiatura e di modificarla ancora molto in questi anni. Non tutto il male vien per nuocere.

 

Elisa Cutullè

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