Alexander Polzin- L’espressione della visibilità dell’arte

Polzin

Dal mese di ottobre un progetto artistico viaggia attraverso l’Europa: Forvigeness & Reconciliation, che ha come tema i rapporti polacco tedeschi degli ultimi 50 anni. Alexander Polzin, scultore e scenografo berlinese, sarà rappresentato con due delle sue opere: le sculture in bronzo Requiem- Hommage à György Kurtág (2011) e Double Angel (2014).

Lo abbiamo incontrato per voi.

È difficile immaginare una giornata tipo dell’artista. La tua come è fatta?

Difficile da definire. Considero il mio lavoro un immenso privilegio, perché le persone mi pagano per fare quello che mi piace di più, e cioè essere nell’atelier e lavorare a quadri e sculture. Ragion per cui non pesa di occuparmi della mia arte sette giorni su sette. Le ferie, per me, non esistono, visto che ho il desiderio e la necessità di essere continuamente operativo.

Come è nato il progetto Forgiveness & Reconciliation?

È un progetto di cui, sinceramente non sapevo molto, il che mi ha reso molto curioso. Mi sono lasciato sorprendere dall’evento. Conoscevo il curatore, uno storico e critico d’arte da molto tempo pe ril suo lavoro nel campo dell’arte. È stato lui a ricevere l’incarico da parte del Vaticano (il progetto è stato infatti presentato ad Ottobre nelle sale del Vaticano e solo successivamente è stato portato in giro per l’Europa). Dato che eravamo, e lo siamo ancora, in ottimi rapporti, lui mi raccontò a grandi linee del progetto, che stimai subito molto interessante, chiedendomi se, secondo me, qualcuna delle mie opere potesse rientrare nel tema del progetto. Così gli ho suggerito le due opere che, secondo il mio punto di vista, erano in linea con il progetto. Non sapevo, a quel punto, nemmeno cosa altro sarebbe stato esposto. Mi disse solo che una delle mie opere sarebbe stata collocata all’inizio e una alla fine del percorso, senza però dirmi quale avrebbe ricoperto quale posizione.

Per me sarebbe stata una sorpresa da diversi punti di vista. Sono stato più volte in Italia, ma quasi sempre nei pressi di Napoli, Firenze, Venezia o Trieste e, intenzionalmente mai a Roma. L’inaugurazione della mostra ha fornito l’occasione anche per il mio primo viaggio a Roma.

 

Perché hai coscientemente, come dici tu, evitato Roma?

Non per essere vanitoso, ma è un po’ come per Francis Bacon. Voleva creare delle opere come Velasquez, ma non ebbe mai l’intenzione di vedere gli originali, Quasi come se avesse paura degli originali o, meglio, paura del fatto che dopo aver visto gli originali non avesse più la forza di creare un’opera, ben cosciente di non riuscire a raggiungere la perfezione.

Qualcosa di simile è successo anche a me. Sono stato sempre interessato alla storia e ai miti per cui avevo una specie di terrore sacro nei confronti di Roma, della sua storia, dei suoi miti e della sua arte.

I miei viaggi, forse dovrei sottolinearlo, non sono viaggi turistici, bensì sempre collegati al mio lavoro o a progetti a cui lavorare: Israele e Svizzera, per esempio, erano collegate a delle borse di studio artistiche che avevo ricevuto, mentre i miei viaggi negli Stati Uniti collegati a incarichi di docenze o esposizioni.

Mi serviva un’occasione specifica per andarci e questa mostra me lo ha permesso.

 

I tuoi lavori sono stati esposti nei 5 continenti: la ricezione artistica è stata “universale” o hai notato delle differenze?

Non credo che si possa parlare di differenze a livello di nazioni, bensì di differenze nei contesti dei diversi luoghi. Devo ammettere che non sono molto attratto, se così si può dire, dalle gallerie d’arte e dai musei. Lo so che può sembrare strano, per cui vorrei spiegarlo un po’ meglio. Le gallerie, per come la vedo io, sono, piuttosto spesso, come supermercati dell’arte: inutile dire che si tratta di dare visibilità, si tratta di pura e semplice strategia di vendita. Manca, secondo me, il più delle volte, l’intenzione di creare spazi, atmosfere che diano una cornice tematica alle opere dell’artista. I musei, invece, secondo me, non sono la meta del grande pubblico, bensì luoghi in cui ci si reca perché si ama davvero l’arte o, a volte, per le scolaresche, si è costretti.

Caratterialmente io sono una persona che vuole fare arte nello spazio pubblico, in contesti diversi da musei o gallerie. Vorrei precisare che, quando parlo di spazio pubblico, non intendo una semplice scultura in una piazza, ma anche in luoghi come municipi, ospedali, università, scuole o istituti di ricerca etc. Forse ciò è dovuto al mio interesse di operare in luoghi in cui, effettivamente, si lavora e in cui, secondo me, nascono delle interessanti sinergie.

In Israele, per esempio, molte delle mie esposizioni sono state in contesti universitari o istituti scientifici. La sfida, per me, sta nel trovare questi luoghi che permettono una ricezione delle mie opere così come le ho intese io indipendentemente dalla nazione in cui ci si trova.

Prendiamo, per esempio, il monumento a Giordano Bruno che si trova a Berlino. La prima versione del monumento si trova a Budapest, nell’università americana. Questa università mi chiese di avere una scultura di grandi dimensioni da porre in uno spazio ampio che avevano a disposizione. L’idea che avevano era di avere, semplicemente, qualcosa di decorativo, che riducesse l’immenso spazio libero. Dato che avevo, già da tempo, in mente di fare qualcosa su Giordano Bruno, questa si rivelò essere l’occasione perfetta. Proposi così, ai committenti, di fare qualcosa su Giordano Bruno. Loro furono entusiasti dell’idea. Secondo me, però ciò non era abbastanza: sentivo che c’era la necessità di dare a questo monumento una visibilità maggiore, come poteva offrirla la città di Berlino. Fu però la città di Nola la prima ad interessarsi al modello in legno del monumento, chiedendo di poterla avere. Visto che si trattava della città natale di Bruno, mi sembrava perfetto, per cui non ci dovetti pensare su molto. Oggi il monumento è esposto negli uffici del Comune di Nola. Mi ricordo l’inaugurazione con immenso piacere perché ho sentito, in quell’occasione una perfetta sintonia tra il pubblico e la mia opera. Mentre a Budapest e a Berlino mi trovavo costretto a spiegare alle persone il messaggio dell’opera, a Nola tutti conoscevano la storia di Giordano Bruno, per cui non ho dovuto spiegare il concetto dell’opera stessa. Tra il pubblico di Nola c’erano contadini, operai, impiegati e docenti, un miscuglio di mestieri e interessi. E fu proprio un professore di Filosofia, originario di Napoli, a conclusione della laudatio del sindaco, a fare un discorso spontaneo su Giordano Bruno e sull’opera, dettagliando le ragioni per le quali, secondo lui, la mia opera era una trasposizione perfetta delle opere di Giordano Bruno.

 

Torniamo alla tua propensione di esporre opere artistiche in luoghi pubblici. C’è un luogo pubblico in cui vorresti esporre una tua opera?

Ce ne sono tantissimi, per cui mi limiterò a fornire un unico esempio. Considerando l’aura di un luogo e il collegamento, nella mia testa, con tematiche specifiche: ho completato, da poco, un modello per un omaggio a Nietzsche da esporre a New York. La giustificazione? Direi, se mi è permesso, “atmosferica”, e non dovuta al fatto che Nietzsche abbia, o meno, trascorso anni a New York. New York è, per me, un macchinario della giungla urbana di una metropoli che necessita, secondo me, di un qualcosa, seppur mostruoso, che inviti alla riflessione sulla condizione umana. So che non sarà un progetto breve.

Mi sono impegnato, per esempio, ben 17 anni, prima di riuscire ad ottenere la possibilità di dedicare un monumento a Paul Celan a Parigi, perché ne percepivo la necessità, sia per il tempo vissuto a Parigi che per la sua conoscenza della città stessa. Il fatto che, finora ci fosse solo una sala intitolata a lui nell’intera città era, per me, un omaggio non adeguato alla sua grandezza.

 

 

 

 

Elisa Cutullè

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