Chiara Giacobelli ridà visibilità ai clochard

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Il Premio Letterario Internazionale Marguerite Yourcenar vede ogni anno la partecipazione di centinaia di autori da tutta Italia e non solo, nelle due sezioni Narrativa e Poesia. La giuria, composta da esperti del settore, ha selezionato in un primo momento una rosa di dieci finalisti e successivamente sono stati i finalisti stessi a scegliere il racconto giudicato migliore.

 

Il racconto sarà pubblicato all’interno dell’Antologia ufficiale del Premio (contenente anche gli altri nove racconti finalisti) che verrà consegnata agli autori nel corso della cerimonia di premiazione e sarà poi acquistabile sia in libreria che online. Inoltre, come vincitrice della sezione Narrativa, Chiara Giacobelli avrà la possibilità di pubblicare gratuitamente un libro di una trentina di pagine, stampabile in 100 copie. Il racconto vincitore “Causa di forza maggiore” sarà inoltre pubblicato dalla rivista “Il Club degli Autori” – ente promotore del Premio insieme alla casa editrice Montedit – ed anche in internet sul sito www.club.it.

 

Chiara Giacobelli, 31 anni, scrittrice e giornalista, ha pubblicato con Newton Compton Editori “101 cose da fare nelle Marche almeno una volta nella vita” e “1001 monasteri e santuari in Italia da visitare almeno una volta nella vita”. Con la casa editrice Le Mani ha firmato il saggio “Furio Scarpelli. Il cinema viene dopo” insieme ad Alessio Accardo e Federico Govoni, con la prefazione di Ettore Scola (Primo Premio nella sezione Giornalismo e Critica del concorso Mario Soldati 2014), che ha ricevuto numerosi premi. Nel 2013 ha pubblicato la guida alternativa “Emilia Romagna. Una visione artistica” con la collaborazione della Round Table Bologna, del Comune di Bologna, della Provincia di Bologna e della Regione Emilia Romagna.

 

L’abbiamo incontrata per scoprire qualcosa in più sul suo racconto.

 

Il tuo racconto rispecchia l’atteggiamento usuale della vita in una cittadina: il non conoscersi. Un’evoluzione del XXI secolo?

Probabilmente sì, ma non per forza legato alla piccola cittadina: può accadere anche nelle grandi città, come Milano, New York o Londra, di non conoscere il vicino di casa, non interessarsi alla sua vita. In questo caso, volevo però far emergere l’aspetto opposto, cioè la curiosità innata che mi ha sempre portato a cercare di capire le persone che ho di fronte, conoscerle appunto, sapere le loro storie. Il mondo è un grandissimo Oceano (utilizzando la metafora di Baricco sul libro “Oceano mare” che cito nel racconto) in cui fluttuano infinite storie. A me piacerebbe conoscerle tutte, anche se – ovviamente – è impossibile.

La protagonista si reca spesso in farmacia per comprare palliativi. Esempio dell’essere umano che crede ai miracoli esterni?

No, esempio dell’essere umano che a un certo punto della sua vita, nel bel mezzo di una carriera fortunata e di una vita tutto sommato gratificante, si ritrova a dover affrontare una malattia inaspettata di cui nessuno riesce a capire l’origine. L’evento è autobiografico e i palliativi per me in quel momento erano soltanto la ricerca di qualcosa che lenisse il dolore, visto che i medici non sapevano come aiutarmi. Ho scoperto quanto logorante possa essere il dolore fisico se forte, continuo e ripetuto: si prova di tutto pur di farlo tacere qualche istante. Ogni altro aspetto della vita passa automaticamente in secondo piano.

Citi il mare e i gatti. In che modo completano il personaggio?

Sono entrambi nel mio cuore da sempre. Sono cresciuta in una casa davanti al mare e l’ho vissuto per 31 anni in ogni sua sfumatura: con l’afa e il cicaleggio dell’estate, nella solitudine ispiratrice dell’inverno o dell’autunno, al tramonto, all’alba (quante albe passate a fotografare il mare!), sereno, in tempesta. Non potrei vivere lontana dal mare per un periodo di tempo troppo lungo, perché è una parte di me, ma devo dire che questo lo riscontro un po’ in tutti coloro che sono cresciuti in cittadine di mare. Spostandosi in un luogo senza acqua è come se, a un certo punto, ti venisse rubata la libertà.
Il gatto è citato perché – oltre a essere una mia grande passione – in quel periodo lo avevamo appena trovato piccolo e abbandonato fuori da un albergo, conosciuto il giorno in cui intervistai Terry Gilliam e per questo chiamato in suo onore Terry. Anche i gatti sono un elemento della vita di cui difficilmente riesco a fare a meno, sempre per la ragione per cui ci sono vissuta sin da bambina. Nel racconto è comunque la metafora della tenerezza, quella che probabilmente manca al barbone.

Come mai è stato il romanzo di Baricco la lettura designata per il clochard?

Intanto perché è un libro bellissimo, estremamente profondo e di non semplice lettura, che consiglio a tutti. In particolare mi aveva colpito il concetto dell’essere “reduci del ventre del mare”: quando hai visto alcune cose, quando la vita ti è passata sopra con una crudeltà inaudita, o comunque quando per un motivo o per l’altro ti sei immerso nell’abisso, niente sarà più come prima. Acquisisci una consapevolezza che non avevi e che, per fortuna, appartiene a poche persone, perché altrimenti significherebbe che tutti sono passati attraverso l’inferno. Si cambia, si impara molto, ma in ogni caso certe ferite non si cicatrizzeranno mai più. Ecco, in questo caso sia la scrittrice che il barbone erano due reduci del mare, due che – per volontà loro o forse no – erano finiti per immergersi nell’abisso e ne erano usciti trasformati per sempre.

Senzatetto, barboni, clochard…gli invisibili della società?

Secondo me non sono invisibili, li si vede più che mai, ad ogni angolo delle strade, delle piazze, nei vicoli, sotto i portici. La sofferenza c’è ed è palese, evidente, manifesta. Invisibile è sempre e solo ciò che l’essere umano non vuole vedere.

Solo vs solitario: differenze?

Cambia tutto. Solitaria è la persona che sceglie di esserlo, solo è chi subisce la solitudine senza averla richiesta né probabilmente cercata, per motivi che forse non sapremo mai.

Perché inerzia?

Perché l’inerzia è l’ultimo punto di arrivo dopo aver passato attraverso tutta una serie di altri stadi, che sono la speranza, il dolore, la rassegnazione, la frustrazione, la rabbia. L’inerzia è quella cosa che arriva alla fine, quando ormai hai terminato le forze per tutto il resto, perché anche per il dolore ci vuole forza, e dunque vita. L’inerzia invece è – in apparenza – l’assenza di vita pur restando vivi, il continuare ad esserci ma in modalità standby, spenti. Almeno, fino a che non accade qualcosa che rimetta in modo il meccanismo; spesso, però, se si arriva a certi stati di malessere così profondi è necessaria la fortuna di incontrare qualcuno o qualche cosa che invertano il moto (o forse dovremmo dire il nonmoto). L’inerzia è un concetto che esiste anche nella fisica, perché in fondo tutti noi esseri umani non facciamo altro che rispettare leggi fisiche, universali e condivise.

 

Elisa Cutullè

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